(Usa 2008) di Ron Howard con Frank Langella, Michael Sheen, Oliver Platt, Sam Rockwell, Kevin Bacon, Rebecca Hall
Ron Howard regista è un po' come il Richie Cunningham da lui interpretato in Happy Days: fa una serie di cazzate, ma, poi, al momento giusto fa la cosa giusta. Frost/Nixon - Il duello è la cosa giusta. Lo è perché riporta ad antico splendore quel cinema di impegno civile che negli Usa hanno fatto benissimo, nei '70, i vari Pakula, Ashby, Nichols, Lumet e lo è perché Howard dimostra di essere un regista (l'inquadratura dal basso verso l'alto di Nixon fuori fuoco: un ossimoro filmico, volendo, che mette insieme la rappresentazione convenzionale della grandezza di un personaggio e la sua personalità appannata) e non un Alan Smithee qualunque. Lo è perché, partendo da un testo scritto per il palcoscenico, di Peter Morgan, ha come protagonisti gli stessi della messa in scena. Lo è perché accanto ai due motori dell'azione presenta signori attori nei ruoli di contorno (e Kevin Bacon giganteggia) com'è giusto che sia in una solida produzione. Aspettando la prossima cazzata: Angeli e Demoni.
(Usa 2008) di John Eric Dowdle con Jennifer Carpenter, Jay Hernandez, Johnathon Schaech, Greg Germann, Rade Serbedzjia
Anche il pubblico americano è meno stupido di quanto gli executives
pensino. Non c'era ragione di realizzare questo Quarantena, e non tanto
perché è la copia carbone dello spagnolo REC
(si sa, negli USA non amano i sottotitoli, non praticano il doppiaggio
e quindi dagli col remake!) quanto perché già quello presentava più di
un'analogia con Cloverfield. Passato questo e passato pure Diary of the Dead, il pubblico ha disertato le sale. Cosa che a maggior ragione dovrebbe accadere in Italia.
(Usa 2008) di Gus Van Sant con Sean Penn, Josh Brolin, Emile Hirsch, Diego Luna, James Franco, Alison Pill
Milk appartiene alla colonna "buoni" delle opere di Van Sant,
quella che, tra un esperimento e l'altro, il buon Gus riempie per
strappare nominations ed un po' di pubblico in più. Ricostruzione abbastanza fedele degli ultimi anni di vita di Harvey Milk, primo consigliere comunale americano (di San Francisco) a dichiararsi pubblicamente gay, Milk è un film classico
(perché i '70 e l'impegno civile sono ormai un "classico") dove ogni tanto il regista
ricorda allo spettatore di non essere uno qualunque (l'inquadratura del
fischietto sulla cui superficie si riflette Milk che discute con un
agente di polizia, la telefonata di Cleve che esplode in un multisplit
molto arty) cui giocano a sfavore le gigionerie di Penn, Diego Luna e
Hirsch. Molto meglio Franco e Brolin.
(Cile/Brasile 2008) di Pablo Larrain con Alfredo Castro, Paola Lattus, Héctor Morales, Amparo Noguera
Ricordate, in Caro diario, la simpatica gag di Nanni che abita gli incubi del critico colpevole di aver recensito bene Henry - Pioggia di sangue?
La spietata legge del contrappasso ha voluto che quasi vent'anni dopo
un film, che di quello di John McNaughton riprende l'estetica della
rappresentazione casuale della violenza (oltre all'estetica del
pedinamento postZavattini: più Dardenne per intenderci), vincesse il
Festival di Torino da lui diretto. Chissà se al "megadirettore" è
piaciuto Tony Manero. Stilisticamente già visto, ma uno sguardo sul
Cile di Pinochet che mancava. Niente di più, però.
(Usa 2008) di Gabriele Muccino con Will Smith, Rosario Dawson, Woody Harrelson, Barry Pepper, Elpidia Carrillo
Muccino, che è un bravo regista, quando è a corto di idee ricicla. Ed anche maldestramente. Gli è capitato con Ricordati di me che raccattava un po' di American Beauty ed un po' di Amélie (il narratore) in modo un po' gratuito. Qui ruba l'acronologia arriagana di 21 grammi per infondere mistero ad una vicenda che, raccontata normalmente, non
avrebbe alcun motivo di interesse per il pubblico. E ci riuscirebbe
pure se non fosse che il buon Gabriele e la produzione son andati in
giro a spiegare di cosa parli il film rovinando la sorpresa. Tolta la
quale, ci si ammorba enormemente.
(Corea del Sud, 2004) di Kim
Ki-Duk, con Jae
Hee, Lee Seung-Yeon,Kwon Hyuk-Ho,
Joo Jin-Mo, Choi Jeong-Ho, Lee Joo-Suk .
Leggero come un soffio di vento e
delicato come una rosa, il protagonista di questa fiaba moderna narrata da Kim
Ki-Duk è un ragazzo straordinario che sceglie di esistere senza rivelarsi, di esserci
quando non c'è nessun altro. In un mondo in cui spesso a confondersi con il vivere sono il possedere e l'apparire, nutrendo
la propria anima di sentimenti incontaminati come l'amore, la pietà e la
compassione, il giovane vive una dimensione della propria esistenza a noi del
tutto nuova, rappresentata dal regista in modo davvero sublime, accessibile al
nostro cuore attraverso la magica intuizione del sogno, superando i limiti
della mente, poco abituata ad evadere dagli schemi dettati dalla logica... In
tale dimensione dell'esistere, più reale di qualsiasi altra imprigionata da
illusioni continue e dolorose disillusioni, l'animo del protagonista incontrerà
quello di una bella e dolce fotomodella cui la vita, magari vissuta secondo i
canoni correnti, ha riservato solo disperazione e solitudine. Ma quando si
inizia a dare importanza a qualcosa di vero, come i sentimenti, ci si può
sentire realmente leggeri come l'aria, mentre ogni meschinità sembra scivolare via da noi sotto
l'effetto di una forza di gravità dalla quale il nostro corpo si sottrae.
Nella sfera dell'io più intimo,
in cui anche le parole hanno un peso, finendo, quindi, con il diventare
superflua zavorra, i versi, in immagini, di questa nobile e delicata poesia
sono un invito a recuperare un equilibrio tra la realtà dei sentimenti e quella
di una vita che molto spesso, nell'incapacità di provare emozioni vere e
profonde, non potrebbe neanche essere definita tale.
(Usa,2000
) di E. e J. Coen, 2000, con George Clooney,
John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Holly Hunter.
Le fiamme non sono certo quelle
dell’incendio di Troia.
Il canto ingannevole di splendide
donne ammaliatrici si confonde troppo spesso con il ben più prosaico suono
delle sirene della polizia, cui fa eco il ritmo trascinante di vecchie canzoni
popolari e la aberrante litania dei riti del Klu Klux Klan.
(Gb/Usa 2008) di Danny Boyle con Dev Patel, Anil Kapoor, Saurabh Shukla, Rajendranath Zutshi
Danny Boyle è bravo e ok! L'alternanza di tre dimensioni cronologiche
(il quiz, l'interrogatorio ed il passato del protagonista), magari è
interessante per un libro (dell'indiano Vikas Swarup), ma abbastanza
scontato per chi va al cinema più di una volta l'anno. Alla fine,
nonostante le emozioni non manchino (specie nel finale), dispiace che
non si sia scelto uno stile più classicamente epico (alla Lean, per
intenderci), ché scene come quelle dell'assalto dei musulmani in cui
trova la morte la madre di Malik o quella dell'incontro col bimbo
accecato ne avrebbero sicuramente guadagnato.
(Usa 2008) di Nicholas Stoller con Kristen Bell, Jason Segel, Mila Kunis, Bill Hader, Russell Brand, Jonah Hill
Freaks & Geeks è una serie tv di scarso successo (solo 18 episodi)
che, però, ha segnato a distanza di dieci anni la commedia americana.
Il suo creatore era Judd Apatow e da lì son venuti fuori, tra gli
altri, Seth Rogen, James Franco e Jason Segel. Che esordisce nella
sceneggiatura di un lungometraggio di cui è anche protagonista. Non mi
scaricare si distingue dalle altre commedie romantiche perché un po'
più esplicita sul sesso (marchio Apatow, che produce) e perché...si
ride! Eh sì, forse addirittura più che in Lo spaccacuori.
(Usa 2008) di George A. Romero con Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Ciupak Lalonde
Ha dell'incredibile (o forse no!) che due tra i cineasti moderni più
importanti, entrambi esordienti nella seconda metà degli anni sessanta
del secolo scorso, si ritrovino, nel 2008, a riflettere sui new media.
Per farlo, sia De Palma (con Redacted, aggiornamento di Vittime di guerra)
che Romero (con l'ultimo capitolo della saga dei morti viventi)
remakano se stessi nell'era di Youtube, e riflettono sulle nuove forme
di comunicazione, giungendo alla stessa conclusione: più "cineocchi",
in barba a Vertov, non producono necessariamente più verità. Ambedue
danno il meglio con produzioni povere.
(Svezia 2008) di Tomas Alfredson con Kare Hedebrant, Lina Leandersson, Per Ragnar,Henrik Dahl
L'ingresso dell'individuo nella fase adolescenziale avviene quasi
sempre senza permesso e, di conseguenza, improvviso com'è, sempre
coglie di sorpresa gli adulti e gli adolescenti stessi. Ecco quindi che
ripristinare l'antica leggenda secondo la quale, per la propria
incolumità, un vampiro deve essere invitato ad oltrepassare una soglia,
assume in quest'opera di Alfredson una valenza ben più che nostalgica.
Ed il vampiro diventa qui palese metafora dell'(h)orrore legato alla
visione della trasformazione del proprio corpo. Eccezionale la mattanza finale che avviene fuori campo mentre il protagonista viene costretto in apnea sul fondo della piscina.
(Usa 2008) di Bryan Bertino con Liv Tyler, Scott Speedman, Kip Weeks, Gemma Ward, Laura Margolis
Gran bel debutto questo di Bryan Bertino che, ispirandosi a fatti
realmente accaduti, realizza un secchissimo e velocissimo horror
lontano dai vezzi torture-porn del postSaw. C'è molto di Them,
ma mentre, nell'opera dei francesi Moreau/Palud, il male alla fine
mostrava il suo volto (spiegone per nulla banale ed anzi in grado di
aumentare il senso di colpa dello spettatore adulto), qui i tre villain
(Dollface, Man in the Mask - quasi il fantasma di The Orphanage
più cresciuto - e Pin-Up Girl) restano sconosciuti come del resto le
loro motivazioni: "Perché lo fate?" "Perché eravate in casa".
(Usa 2008) di Vadim Perelman con Uma Thurman, Evan Rachel Wood, Eva Amurri
L'escamotage bierciano non è originalissimo (già visto, ad esempio, nel
miglior Adrian Lyne e taccio il titolo per evitare lo spoiler) e la
mano registica di Perelman, salda quando si tratta di raccontare drammi
familiari (come nel precedente La casa di sabbia e nebbia),
trema di fronte alla necessità di mettere in immagini l'inconscio e
ricorre, per sicurezza, a soluzioni tranquille. Fortuna (per lui) che
ad aiutarlo sopraggiungono sempre attori strepitosi: nel suddetto
esordio la Connelly e Kingsley, qui "Una" anzi Uma Thurman strepitosa.
Di Ari Folman. Con Ron Ben-Yishai, Ronny Dayag, Ari Folman, Dror Harazi, Yehezkel Lazarov.
Drammatico, durata 87 min. - Israele, Germania, Francia 2008.
Comiciamo subito con la polpa: Valzer con Bashir è un film straordinario.
Il suo aspetto meramente cinematografico lascia senza respiro: realizzato con una tecnica di animazione che miscela 3D e 2D, nei risultati ricorda e supera di gran lunga quanto fatto da Richard Linkater e Bob Sabiston in Waking Life e A Scanner Darkly. A differenza di quella tecnica (rotoscoping), quanto fatto dagli animatori del film di Ari Folman non ha previsto che si disegnasse sulle riprese live action. Note tecniche a parte il film è un'esperienza audiovisiva di rara potenza artistica, che chiama alla mente i nomi di Malick, di Fellini, di Lynch e di Coppola.
Da ciò nasce il più grave dei dubbi: come porsi, soprattutto in questi giorni di nuovi massacri a Gaza, dinanzi ad un film israeliano, finanziato anche con denaro colonialista francese e statunitense, che parla del dolore causato dalla guerra? E se l'innegabile valore estetico del film di Ari Folman celasse inaccettabili ambiguità etiche?
A mio giudizio ciò non avviene: Valzer con Bashir è, come Il cacciatore o Apocalypse Now, un film contro ogni guerra realizzato da un artista che riflette su quanto fatto dalla sua nazione.
Partendo da uno spunto autobiografico – Il plot vede lo stesso Folman cercare, con l'aiuto di uno psicologo e di alcuni ex commilitoni, di riportare alla memoria la sua esperienza di soldato diciannovenne nella guerra del Libano del 1982 – Valzer con Bashir fa di un tentativo personale di recuperare il proprio rimosso un invito a recuperare un rimosso collettivo. Lo psicologo, che tenta di negare le responsabilità di Ari e quindi di Israele nel massacro di Sabra e Chatila (tremila palestinesi uccisi ufficialmente dai falangisti libanesi, cristiani ed indipendentisti, come rappresaglia per vendicare la morte del presidente neoeletto Bashir Gemayel, da loro supportato) paragona quella strage alla Shoah e quindi, involontariamente, riconosce il ruolo di carnefice che ebbe il suo popolo nel 1982.
La scena finale, poi, riconduce Ari al centro di tutto e nega la sua estraneità ai fatti per ammettere, così, che Israele ed il suo esercito ebbero un ruolo di primaria importanza nel massacro attribuito ai Falangisti libanesi (pare che Sharon in persona, allora ministro della difesa, diresse le operazioni).
Difficile affermare, insomma, che Valzer con Bashir sia un'opera che assolva Israele dalle responsabilità delle sue crudeli ed assurde azioni belliche.
Ovviamente il film non si fa nemmeno carico della condanna ad un intero popolo: è di singoli che si parla: di soldati giovani ed innocenti inviati al fronte dai leader delle nazioni e, soprattutto di vittime - forse un po' più innocenti - trucidate. Vittime la cui realtà è resa imperitura ed innegabile dalle immagini, queste non disegnate, di repertorio.
Nelle pieghe del racconto però, tra i ricordi recuperati e forse trasfigurati, emerge il sincero desiderio che questo film ha di parlare contro l'orrore (the horror, the horror...) nella consapevolezza che i chiaroscuri (così accentuati graficamente sui personaggi dalle ombre che, di tanto in tanto si proiettano sui loro corpi) sono lo strumento migliore per dipingere la realtà.
(Italia 2008) di Gianni di Gregorio con Gianni di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Marina Caciotti
In Piccola posta Sordi/Rodolfo Vanzino di Castelfusano d'Arezzo vessava donne anziane. Il protagonista dell'esordio dietro (ma anche davanti) la m.d.p. di Gianni di Gregorio, non arriva a tanto, ma l'indolenza nonché la totale mancanza di pudore con la quale accetta soldi dalle vecchiette momentaneamente ospiti di casa sua, ricordano quella dei mitici personaggi di Albertone. E' questo tratteggio dei caratteri (che dire dell'amministratore piagnone che fugge con l'amante?) il pregio del film, ché lo stile (sarebbe piaciuto a Zavattini, ma forse non a Pasolini) è abbastanza risaputo.
(Usa 2006) di William Friedkin con Ashley Judd, Michael Shannon, Harry Connick jr.
Si dice che il cinema italiano non sappia più raccontare il presente. Direi che la considerazione potrebbe essere ancora più inquietante: il sistema politico, in questo paese, non vuole che i media, tutti i media, di qualsiasi paese, raccontino il presente. Solo così si spiega l'ostracismo subito, da parte dell'italica distribuzione, da tre delle pellicole più illuminanti sulla condizione umana attuale: Redacted di De Palma, Diary of the Dead di Romero e questo Bug di William Friedkin. Che, come una blatta, ti entra in vena ed inquina il tuo sangue, impedendoti di uscire indenne dalla visione. Ora, a due anni dalla presentazione nella Quinzane des realisateurs a Cannes, viene distribuito in DVD in maniera carbonara. Ma recuperatelo, anche solo per assistere ad uno spettacolo che si chiama Ashley Judd.