(Usa 2004) di Shane Carruth con Shane Carruth, David Sullivan
Primer è stato girato a Dallas con soli 7000 dollari. Nel 2004 vinse il Gran Premio Speciale della Giuria al Sundance. Affascina, ma ottunde. Non si capisce davvero niente e non si viene a capo dei viaggi del tempo dei due protagonisti né delle loro conseguenze neanche se se ne legge il resoconto preciso su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Primer_(film)). Da 6 anni non si sente più parlare di Shane Carruth. Chissà in quale universo parallelo continua a fare il regista...
(Usa 2009) di Wes Anderson con le voci di George Cloney, Meryl Streep, Jason Schwartzman, Eric Anderson
Possibile che un film di animazione generi maggior empatìa nei confronti dei personaggi di quanto faccia una pellicola con attori in carne ed ossa? Lo è, sicuramente, ma è curioso che questo sia vero con riferimento ai lavori di uno stesso regista. Wes Anderson, il cui stile narrativo ci era sembrato sempre, finora, programmaticamente ed algidamente bizzarro (ma Il treno per Darjeeling mostrava già qualche crepa nell'"armatura"), riesce, adattando l'omonimo libro di Roald Dahl, a comunicare sentimenti pur rimanendo fedele a se stesso. Fedele tematicamente (un padre distratto - ma più presente, certo, di un Royal Tenenbaum o di uno Steve Zissou -; un figlio alla ricerca di approvazione ed un difficile competitor - stavolta il cugino Kristofferson -; una sfida) e stilisticamente (inquadrature in asse con, sovente, geometrica simmetria scenografica; carrelli laterali e verticali). Insomma non faticherei a considerare Fantastic Mr.Fox il miglior lavoro di Anderson, tanto più che annovera un cast (vocale) da urlo: George Clooney, Meryl Streep, Bill Murray, Michael Gambon, Jason Schwartzman.
(Francia/Italia 2009) di Jacques Audiard con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb
"Ma che sei, un profeta o cosa?" chiede Brahim, capo del clan dei musulmani che ormai controlla il mercato (illegale) della costa marsigliese (altro che Lino Ventura o Jean Gabin: ormai la geopolitica criminale ha rimescolato le carte...d'identità), a Malik che ha anticipato l'arrivo di un daino sulla carreggiata, cosa che ha effettivamente pre-visto in un sogno (ed Un prophète è il titolo originale, giustamente più "indeterminato" di quello italiano).
(Usa 2009) di Nancy Meyers con Meryl Streep, Alec Baldwin, Steve Martin
Nel suo genere (quale poi? il chick movie nella sua variante old?) la Meyers è preferibile a Nora Ephron. Dopo aver spogliato Diane Keaton in Tutto può succedere (ma, consentitecelo, l'acme del turbamento l'abbiamo provato quando Julie "Mary Poppins" Andrews mostra il seno in S.O.B. del marito Blake Edwards), in E' complicato riesce a coinvolgere la solitamente seria Streep in un'insolita (per lei) commedia con gag e battute che ti aspetteresti da una produzione Apatow (Baldwin che le schiaffa, dopo il primo amplesso, la mano sul pube esclamando "Casa, dolce casa!"; il qui pro quo sullo sperma nella camera d'albergo con il medico; la parentesi stoned con Steve Martin) e che, nonostante la superficie "triviale" e sboccata, riesce comunque a dire cose non banali sull'amore. E senza melassa, di cui, invece, la Ephron ci inonda ad ogni sua uscita.
(Usa 2010) di Martin Campbell con Mel Gibson, Ray Winstone, Danny Huston
"Buona fine e buon principio" è l'augurio che ci si fa nell'ultimo giorno dell'anno. "Buon principio e buona fine"potrebbe essere il sintetico giudizio critico sul film che segna il ritorno di Gibson su un set, come attore, da Signs. Edge of Darkness (il titolo originale) è l'adattamento della miniserie omonima BBC degli anni '80, un nuovo trend hollywoodiano, se pensiamo a State of Play della stagione scorsa, ma che il Gibson produttore ha, se vogliamo, anticipato, finanziando, nel 2003, The Singing Detective, trasposizione per il grande schermo di un'altra miniserie inglese del 1986. Fuori controllo comincia benissimo e finisce poeticamente, ma è la parte centrale che si inceppa, nonostante il protagonista porti in giro il suo corpo di disilluso eroe (più che di antieroe) che non ha più nulla da perdere. Un lavoro che, secondo chi scrive, girato da Sidney Pollack avrebbe funzionato benissimo perché lui sì che avrebbe conferito alla pellicola l'atmosfera seventies che le si addice. Ma Campbell è soprattutto un perfetto bond-director (secondo solo a Terence Young) sicché il suo lavoro è pulito, hi-tech, quasi sterilizzato. Senza che il marcio, che pure nella trama incombe, trasudi dalle immagini.
(Giappone, 2002) di Takeshi Kitano, con Miho Kanno, Hidetoshi Nishijima, Tatsuya Mihashi, Chieko Matsubara, Kyôko Fukada, Tsutomu Takeshige.
Disperato e sublime…
…Come pensare che se non puoi più tornare indietro da me, perché quello che ho fatto non può essere cancellato ed è la mia afflizione, allora io verrò da te, laddove nessuno può più raggiungerti, per riscattare il senso della nostra vita perduta, anche se solo in un ultimo attimo di abbandono…
Doloroso e liberatorio…
…Come la consapevolezza profonda di non desiderare di vedere più nulla al mondo se è te che non posso guardare… Perché quando sarò con te non avrò bisogno dei miei occhi per ritrovare me stesso…
Atroce e rassicurante…
…Come l’attesa che mi consuma giorno dopo giorno, mi consuma ma mi sostiene, perché so che prima o poi tornerai…
…L’incontro con Dolls sarà, nell’animo di chi non ha paura di soffrire, un percorso dolente che al suo termine porterà alla ragione della propria essenza.
Un’emozione può essere struggente e nel contempo esperienza straordinaria. Per sentire una parte di sé è necessario che essa ci dolga, allora ci accorgiamo di lei e di quanto sia importante per noi… Così esercitare i propri sentimenti, anche quelli che ci fanno star male, fa sì che la parte di noi stessi più intima, più vera, nascosta nel cuore si imponga per quello che è, priva di difese… Integra e perfetta.
(Germania, 2006) di Oskar Roehler, con Moritz Bleibtreu, Christian Ulmen, Martina Gedeck, Franka Potente, Nina Hoss.
Le particelle elementari, indivisibili perché non composte ulteriormente da parti più semplici, sono i costituenti elementari della materia. La fisica delle particelle elementari studia i costituenti fondamentali e le interazioni della materia; la meccanica quantistica, citata da Michel Houellebecq nel romanzo omonimo da cui il film è tratto, introduce, nella metà del XX secolo, un nuovo insolito scenario per spiegare i fenomeni della realtà fisica a livello microscopico ed ha avuto una prima formulazione nell’interpretazione di Copenhagen, citata nel romanzo insieme con uno dei suoi principali fautori: Niels Bohr. Il romanzo rappresenta il fisico come il vero fondatore della meccanica quantistica non tanto per le sue scoperte quanto soprattutto in considerazione della “straordinaria atmosfera di creatività, di effervescenza intellettuale, di libertà di spirito e di amicizia che egli seppe creare intorno a sé”. Michel Djerzinski, protagonista del romanzo, geniale biologo, non era invece riuscito “neanche lontanamente a ricreare intorno a sé una condizione del genere”.
Questo film inizia dalla fine, da quando la macchina da presa indugia sull’inquadratura di una ragazza malata di una forma di sclerosi, Christine (Sylvie Testud), che pian piano se ne lascia scivolare fuori, accompagnata in sottofondo dalle note di Felicità di Al Bano e Romina Power.
Si dice che Denzel Washington legga la Bibbia ogni mattina. Sarà stato contento del ruolo di portatore-profeta alla Frodo Baggins, questa volta di un libro anzichè un anello. Nel film è un profeta eletto da Dio, Eli appunto, e come il profeta ha udito una voce che lo spinge verso la Terra Promessa dove lui ed il libro potranno riposare in pace.
(Usa
2009) di Scott Sanders con Michael Jay White, Arsenio Hall, Tommy
Davidson, Kevin Chapman
Black
Dynamite
è il miglior spoof degli ultimi anni e, di sicuro, la miglior
parodia della blaxploitation mai fatta (sono meno riusciti sia
Scappa, scappa...
poi ti prendo di
Keenen Ivory Wayans
sia
Undercover Brother
di Malcom D. Lee).
E questo per il solito motivo, quello che rende incomparabili
Frankenstein Junior
o L'aereo più
pazzo del mondo:
la fedeltà al testo di partenza e l'insieme di omaggio e derisione
ad esso. Michael
Jay curiosamente
White
(protagonista e autore della soggetto e della sceneggiatura) e Scott
Sanders (regista
non certo prolifico che vanta un solo lungometraggio, prima di
questo, Ladri per
la pelle,
ed una manciata di episodi di sitcom tra cui due dello spin-off dei
Robinson,
Tutti al college)
riescono nel difficile compito di far ridere il più delle volte
senza ricorrere a gag, ma solo ed unicamente svelando come la maggior
parte dei blaxploitation
movie
(vengono citati esplicitamente Shaft,
I tre
dell'operazione Drago
ed i film con Jim
Kelly
in genere)avesse
già in se elementi decisamente ridicoli (dialoghi e monologhi -
quello sul Vietnam, ad esempio - inutilmente lunghi, movimenti di
macchina indecisi, commento musicale debordante, stock shots da altri
film, l'atmosfera "complotto contro i neri"), anche se la
sequenza cult (del tutto originale e perfettamente scritta ) è
quella in cui, chiamata a cercare di capire quale sia il piano di The
Man,
la scalcagnata combriccola di "giustizieri" sfoggia una cultura
incredibile.
(Usa
2010) di Martin Scorsese con Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben
Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Emily Mortimer, Max
Von Sydow
Se,
leggendo un libro (L'isola
della paura di Dennis
Lehane), si ha la
sensazione di dejà lu
è facile che il film che ne viene tratto dia allo spettatore una
sensazione di dejà vu?
No, altrimenti tutte le teorie che ci propinano nelle accademie e nei
corsi di scrittura sul tradimento del testo di partenza come formula
migliore di un adattamento cinematografico sarebbero fuffa. Una
storia già letta può generare un'opera filmica originale. Il
fatto, però, che da uno dei romanzi meno belli dell'autore di
Mystic River, Scorsese
abbia tratto uno dei suoi film meno riusciti, invece, era
prevedibile, ma solo in virtù della parabola discendente che l'
"astro creativo"
del regista di Taxi Driver
attraversa più o meno da Kundun
in poi (e gli concediamo il non luogo a procedere, causa Weinstein,
per l'ultima ora di
Gangs of New York).
E che Shutter Island
non avrebbe segnato nulla di nuovo nella sua carriera pareva essere
stato anticipato da dichiarazioni programmatiche dello stesso
Scorsese
(le cosiddette "mani avanti") che, citando esplicitamente i
referenti (Il bacio della
pantera, Le
catene della colpa,
L'isola degli zombies,
Narciso nero
ed in genere le produzioni firmate Emeric/Pressburger),
si palesava come Martin
"pescatore" di immaginario cinematografico passato. A onor del
vero, nell'ultima mezz'ora il film cresce anche per chi conosce
la storia, soprattutto per merito di Di
Caprio, ma
l'insoddisfazione resta.
(Usa 2010) di Tim Burton con Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway
Alla notizia del progetto, chi più chi meno, ci si aspettava Alice in Burtonland e, da questo punto di vista, la delusione è forte. E' dai tempi di Il pianeta delle scimmie che il creatore di Edward Manidiforbice sembra aver smesso di creare mondi propri (con l'unica eccezione di Big Fish) per rifarne di già inventati. Anche in questa lussuosa, e futilmente in 3D (l'innovazione tecnologica, per il momento, è paratestuale e poco aggiunge al canone estetico), nuova trasposizione del dittico di Lewis Carroll il regista di Burbank non va oltre il mestiere. Nessuna invenzione visiva degna di nota, anzi anche qui, come in La fabbrica di cioccolato (dove si citava Kubrick), si getta fumo negli occhi dei critici ammiccando all'Empireo (la battaglia finale tra gli eserciti della Regina Rossa e della Regina bianca è tanto Alexander Nevskij). Semmai l'invenzione non trascurabile è di sceneggiatura, di Linda Woolverton, in quanto l'Alice burtoniana è un'adolescente alle soglie di un matrimonio che non ha intenzione di onorare e che, novella folle Giovanna d'Arco (come tradisce l'armatura con cui affronta il Jabberwocky) segue le voci/visioni che la accompagnano da bambina. E l'unico personaggio cui, effettivamente, viene conferita nuova vita è il Cappellaio Matto: ma, si sa, quella è opera di Johnny Depp.
(Usa 2009) di Albert & Allen Hughescon Denzel Washington, Gary Oldman, Jennifer Beals, Mila Kunis
Il piacere di rivedere Gary Oldman nei panni di un villain e, soprattutto, il piacere di rivedere Jennifer Beals e basta non può in alcun modo compensare la visione di un decisamente brutto film. E Codice: Genesi lo è specialmente se ci si ferma a pensare a quello che avrebbe potuto essere: un post western (ma i critici che scrivono bene parlano di western postatomico) condito di atmosfere messianiche. Ma non aspettatevi l'ironia di un Provvidenza o di uno Spirito Santo perché più che uno spaghetti trattasi di un serioso ravioli(al vapore) western in tre atti che ripercorrono altrettanti topoi tipici del genere: il deserto, il villaggio con tanto di saloon e la casa dei coloni assediata. E per finire non ci fanno mancare neanche il colpo (basso) di scena conclusivo che irrita più che sorprendere data la sua implausibilità.
(Usa
2008) di Charlie Kaufman con Philip
Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine
Keener, Tom Noonan, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh,
Hope Davis
Una figura retorica. O meglio, data la
coprolalia presente nel film, una figura "di merda" retorica per
circa 75'. Volendo insistere su questa falsariga: la parte per il
tutto. Anzi, l'ultima parte per il (film) tutto. Perché più o
meno a partire dal suicidio di Sammy cambia radicalmente l'opinione
per l'esordio alla regia dello sceneggiatore Charlie Kaufman. E dal
vaniloquio ombelicale che fagocita l'ipocondria e la (p)sicosi
somatica di un Woody Allen mescolandoli a deliri felliniani e
wagneriani insieme (in effetti il protagonista insegue l'utopica
realizzazione di un Wort-Ton-Drama che si nutra costantemente
della propria vita) si passa ad una commedia drammatica struggente
che riesce anche, al di là di ogni intellettualismo, a commuovere.
La svolta in una battuta pronunciata proprio da Sammy, l'interprete
sulla scena del drammaturgo Caden Cotard: "ho passato vent'anni a
seguirti, osservarti, mentre tu non osservi altri che te stesso".
E' lì che capisci: ma allora Kaufman lo sa! Fino a quel momento
hai pensato "Essere John Malkovich
può anche essere interessante, ma essere Charlie Kaufman non mi
interessa per niente" ed all'improvviso scopri che allo stesso
Kaufman, probabilmente, non frega niente essere se stesso. Ché tanto
continuando a "mettere in abisso" sé stessi, si finisce comunque
con l'essere comparsa della propria vita.
(Usa/Australia 2009) di The Spierig Borthers con Ethan Hawke, Willem Dafoe, Isabelle Lucas, Sam Neill, Vince Colosimo
Verranno anche dall'Oceania, ma i fratelli Spierig hanno pur sempre origini "crucche", come Roland Emmerich e Wolfgang Petersen. E della "Crucchia" condividono la pressocché totale mancanza di umorismo, salvo, quando c'è, quello di grana grossa, come nel loro esordio, Undead, ricalcato su modelli ozploitation protojacksoniani. Qui, invece, è tutto molto serio(so) e, comunque, ricalcato: sul Proyas di Dark City, sugli epidemic movie intrecciati con 30 giorni di buio. Non si esclamerà "e chi l'ha mai vista una roba del genere?!?", ma, neanche ci si annoia. E, di questi tempi, è grasso che cola.