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Alla fine è andato tutto liscio nonostante il maltempo. Sono trascorsi i tre giorni di incontri e workshop; il direttore artistico Giuseppe Borrone può ritenersi soddisfatto del bilancio della seconda edizione di “A corto di donne”, la rassegna di cortometraggi al femminile organizzata dall’associazione culturale “Quicampiflegrei” e dal Coordinamento Donne Area Flegrea.
Ma facciamo due passi indietro e torniamo al venerdì di apertura. Sono le sei e fuori piove, come dicevamo. Antonietta De Lillo ha bevuto un solo bicchiere d’acqua; la regista napoletana visibilmente stanca, ma anche soddisfatta, ha parlato quasi per quattro ore di fila; il primo appuntamento del workshop “introduzione alla realizzazzione di un cortometraggio” è stato seguito da più da una trentina di partecipanti, ovvio che siano tutte donne, tra loro anche alcune delle autrici che hanno presentato i propri cortometraggi nella suggestiva location di Palazzo De Fraja Frangipane nel Rione Terra che domina sempre più in alto lo splendido golfo di Pozzuoli; la terra è salita più di tre metri a causa del bradisismo cha ha colpito dal 1968 fino alla metà degli ottanta il rione provocando lo sgombero degli abitanti dalla zona. Approffitto del "fattore meteorologico” che ci costringe a tenerci tutti al riparo dalla pioggia per fare qulache domanda ad Antonietta De Lillo.
Che rapporto hai con la tua città natale e quanto influenza la tua produzione artistica?
Direi un rapporto “naturale”. Sai, anche se volessi non potrei non essere napoletana (sorride). Ho anche una casa a Roma dove trascorro buona parte dell’anno con le mie figlie.
Difficile dividersi tra le due città?
Trovo che sia un lusso avere due spazi che mi consentono di non abbandonare la mia città. Il 90% del materiale tra documentari, lungometraggi e fiction l’ho girato a Napoli. Spesso mi chiedo cosa sarebbe vivere tutti i giorni in questo anfiteatro splendido ma anche “estremo”; Allo stesso tempo, mi rendo conto quanto sia difficile sopravvivere in questa città giorno dopo giorno. Napoli non va né rinnegata né affermata.
Come è nata l’idea di fondare insieme a Giorgio Magliulo la casa di produzione indipendente Angiò Film negli anni ottanta?
Credo che il cinema d’autore degli anni ottanta, in un certo verso, stesse trascurando il pubblico. Penso a cineasti brillanti ma anche “isolati” come Marco Bellocchio e Peter Del Monte che non sono riusciti a fare figli, a garantire un ricambio generazionale e uno scambio efficace con il pubblico.
Ma il tuo esordio al lungometraggio Una Casa in Bilico (1986) non è un kammerspiele intimista che narra la solitudine di tre personaggi anziani?
Ero giovane avevo venticinque anni. In quel film ho cercato di delineare i caratteri dei personaggi che sembrano quasi nascondersi da se stessi per poi perdersi in dialoghi fortemente “letterari”. Ma ho cercato di evitare, allo stesso tempo, gli eccessi di autobiografismo nella costruzione della sceneggiatura.
Ti eri già cimentata nel fotogiornalismo prima di cominciare la tua attività di assistente-operatore?
Certo. Mi sono occupata anche di cronaca a Napoli. Ho fatto anche degli scatti sul terremoto in Campania. Solo in seguito, quando sono andata al Festival di Venezia ho cominciato ha scattare i miei primi “foto-ritatti”; in questo momento mi vengono in mente Kurosawa, Parisi, Ferreri. Conservo ancora uno splendido ritratto di Calvino. Prima o poi raccoglierò questi lavori per farne una mostra fotografica.
Non credi che la scelta di produrre l’esordio di Mario Martone, Morte di un matematico napoletano, sia stata una scelta coraggiosa ed oltremodo rischiosa per una piccola factory come la Megaris?
Non è una faccenda di coraggio. Gravitare in una piccola casa di produzione fuori dalle logiche del mainstream cinematografico ti consente di operare scelte economiche, ma anche artistiche, senza quelle pressioni esterne che influenzano la tua politica produttiva. E poi tra me e Mario Martone non c’è mai stata rivalità. Mario veniva da una lunga esperienza prima con Falso Movimento e poi con Teatri Uniti con il quale abbiamo deciso di coprodurre la pellicola mettendo a disposizione la nostra esperienza nel settore.
Arriviamo al film collettivo I Vesuviani, proiettato tra fischi e mille polemiche al Festival di Venezia del 1997. Ritieni che la critica sia stata troppo severa nel bollare la pellicola come un manifesto mancato della new wave partenopea?
Sarebbe inutile negare che l’operazione tentata sia poi risultata imperfetta. Tuttavia ho avuto l’impressione che la critica si compiacesse dell’accoglienza negativa ricevuta dalla pellicola a Venezia.
Un film-manifesto comunque, giusto?
No. Ti dicevo che abbiamo tentato con molto “pudore” di lavorare insieme evitando quella competizione forzata di cui ti parlavo prima. Quasi un gioco, insomma. Un gioco creativo, ma assolutamente individuale; ognuno nel rispetto del suo stile personale e della propria poetica.
Nell’episodio Marruzzella da te diretto, ho ritrovato un certo gusto per il kitsch nella scelta degli arredamenti e degli oggetti di scena, riscontrabile anche nella produzione di Pappi Corsicato. Mi riferisco soprattutto al suo esordio nel 1993 con il film a episodi Libera.
Il kitsch di Marruzzella è rigorasamente “felilliano”, controllato. Mi piace cambiare stile e registro quando lavoro per il cinema. E una sfida con me stessa, ma anche con il pubblico. Un modo per “stupirmi “ e allo stesso tempo stupire.
Hai visto al cinema Volver, ultima fatica di Almodovar?
Si. E un film che mi ha parlato in prima persona. Mi ha toccato davvero. Quando sono uscita dalla sala, mi sono sentita avvolta in un velo di malinconia, ho pensato anche alla scomparsa di mia madre. Non è forse questo il Cinema? La capacità di smuovere le persone e “toccarti” dentro.
Ultima domanda. Hai dato un’occhiata al programma dell'ultima edizione del Napolifilmfestival 2006?
Non ancora. Due anni fa ho partecipato alla manifestazione. E importante che una città come Napoli abbia un festival cinematografico di un certo rilievo. Penso anche all’esperienza del cinema napoletano a N.Y con la rassegna Quarantunesimo Parallelo. Mi dispiace solo constatare che il direttore artistico Mario Violini, che mi aveva contattato in vista della rassegna americana, non si sia fatto più vivo. Ma non importa, ve bene così.
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