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Di
seguito pubblichiamo la recensione vincitrice del concorso
Pigrecoemme/Grenoble sul « Cinema fantastico francese » a firma di Alessandro Stile.
(Francia,
1946), dal racconto di M.me Leprince de Beaumont, regia di Jean
Cocteau, con Jean Marais, Josette Day, Mila Parély, Nane Germon,
Michel Auclair, R. M. Marcel André.
Fermarsi
sulla trama è superfluo ed è sufficiente un accenno: Belle,
ragazza di buoni sentimenti e di buona famiglia sacrifica la propria
libertà in cambio di quella del padre, prigioniero della Bête,
mostruosa creatura che alla fine si rivelerà molto più umana degli
altri personaggi, tanto da trasfigurarsi in una sorta di principe
azzurro: l' uomo
integrale.
Cocteau,
qui alle prese, a guerra appena conclusa, con il suo secondo film (e
primo lungometraggio) si ispira ad una favola francese del XVIII
secolo, servendosi, tra le varie sollecitazioni legate al genere
‘fantastico', del modello di incisioni di Gustav
Doré per
la rappresentazione del
castello della Bête
e
della pittura fiamminga per quella degli interni della casa di Belle,
senza escludere la particolare luce utilizzata negli esterni
per esprimere
l'irreale. Come tacere, poi, della simbologia dei talismani magici
in possesso della Bête,
o della musica composta da Georges
Auric, componente di
quel "Gruppo dei
Sei", sorto nel
primo dopoguerra e sponsorizzato dallo stesso Cocteau
che ne aveva redatto il manifesto programmatico. Tra i molteplici
temi affrontati più o meno esplicitamente nell'opera,
soffermiamoci su quello che resta un baluardo nella poetica di
Cocteau:
il tema della differenza.
Che è di genere
(nel film Jean
Marais interpreta
sia il ruolo di spasimante di Belle
che quello di Bête
e infine del Bello
che emerge dalla Bestia
e questo ne fa quasi un prototipo di transgender),
intendendo anche genere sessuale
(evidente in una
scena, poi tagliata, che rischiava di legare eccessivamente Marais,
all'epoca compagno di vita di Cocteau,
alla "differenza di gusti sessuali"), ma, soprattutto, è la
differenza, quale altera
res
rispetto alla
presunta normalità.
Non a caso al ritorno di Belle
nella casa paterna, dopo l'incontro con la Bête
che ha già rivelato i suoi nobili sentimenti, l' "umanità
bestiale" di sorelle, fratello e fidanzato, pronti a uccidere
quello che non appare più un mostro inaccessibile, ma un nemico
fragile, prende il sopravvento evocando la poesia di Heinrich
Böll,
Dà l'allarme
(1972):
Da'
l'allarme raduna i tuoi amici
non
quando
urlano le iene
non
quando
ti gira intorno lo sciacallo
o
quando
abbaiano
i cani da guardia
non
quando
il bue aggiogato
fa
un passo falso
o
il mulo inciampa all'argano
da'
l'allarme
raduna
i tuoi amici
quando
i conigli mostrano i denti
rivelando
la loro ferocia
quando
i passeri scendono all'attacco in picchiata
Da'
l'allarme
In
questo senso, La
Belle et la Bête
ci ricorda la pregnanza del reale attraverso un'opera di finzione
del genere fantastico, invitandoci a tenere alta la guardia di fronte
a quei conigli e a quei passeri che rivelano intolleranza e ferocia
in tutti i loro aspetti.
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