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PRENDIMI L’ANIMA

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Scritto da Laura Santabarbara   
Wednesday 23 June 2010

(Italia, 2003) di Roberto Faenza, con Emilia Fox, Iain Glen,Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander

Non può dirsi completamenteriuscito questo film di Roberto Faenza, per il quale non sembra del tuttochiaro quale fosse esattamente l'obiettivo del regista nel tracciare ilritratto del medico e psichiatra Sabina Spielrein, vissuta tra il 1885 ed il1942 ed uccisa dai nazisti, con le due figlie ed altri ebrei, in una sinagogadi Rostov, sua città natale.

L'epigrafe all'inizio della pellicoladichiara la volontà di rendere giustizia alla memoria, trascurata in passato,di questa donna eccezionale che riuscì a riaversi da uno stato di malattia,valutato di estrema gravità dagli esperti che oggi hanno studiato le suecartelle cliniche, in virtù della sua straordinaria intelligenza e dellepreziose doti di intuito, creatività e determinazione che le consentirono, unavolta guarita, di animare la propria esistenza. La Spielrein, infatti, doposoli sette anni dal suo ingresso nell'ospedale psichiatrico di Burghölzli, neipressi di Zurigo, si laureava in medicina con una brillante tesi sullaschizofrenia, uno dei primi lavori sull'argomento.

 

In realtà il film sembra ripercorreresoprattutto la nascita e lo sviluppo della passione amorosa tra la Spielrein ed il suo medicoe maestro, CarlGustav Jung. Sabina, una volta guarita, si iscrive alla facoltà di medicina, mail percorso che compie nella maturazione della propria coscienza di medicoviene solo sfiorato nel corso del racconto dell'intensa relazione passionale edintellettuale con Jung. In effetti la storia della Spielrein è stata riscopertasolo in tempi più recenti, in particolare attraverso il ritrovamento dellacorrispondenza tra la Spielreinstessa, Jung e Freud. Forse il regista ha scelto di non allontanarsi daglielementi più certi della biografia della donna, limitando quindi la libertàdell'arte cinematografica di sublimare, rendendolo unico ed immortale, ciò chealle volte diventa difficile raccontare fedelmente. La figura di Sabina, magaripiù romanzata, poteva forse risultare intuitivamente più completa e, quindi,più vicina a chi desiderasse lasciarsi coinvolgere dalla sua storia.

Le immagini sono girate per lopiù in interni, l'ambientazione rigorosa e la colonna sonora drammatica e austerariproducono in parte uno spaccato dell'epoca, ma tutto ruota attorno allacrescente passione di Sabina e Jung ed alla sua successiva e dolorosa necessità di rottura. Traspare l'intentodi prediligere il lavoro di introspezione psicologica dei personaggi, muovendo dallastoria della loro relazione come elemento fondamentale per giungere all'essenzadel loro animo e, quindi, al volgersi successivo delle loro vite. L'operazione peròrisulta pesante ed i ruoli dei due amanti troppo facilmente catalogabili:Sabina è emotività pura mentre Jung risulterà essere un uomo spaventato dalleconsiderazioni, puramente razionali, sulle possibili conseguenze della suapassione amorosa. In realtà Jung adottò per primo il metodo di Freud, applicandole teorie del suo maestro anche nella cura delle psicosi e non solo in quelladelle nevrosi, cui lo stesso Freud si era limitato. Dall'applicazione della teoria della parola scaturiva unaconoscenza più profonda dell'assistito e da questo meccanismo dovetteconseguire l'innamoramento di Jung per una paziente speciale, intelligente ebella come Sabina Spierlein. In definitiva, ciò che oggi sarebbe gravissimo scoprirenell'atteggiamento di un terapeuta, allora costituì qualcosa di nuovo edinspiegabile anche per lo stesso Jung che, osservano gli esperti, fusopraffatto dal transfert della pazientee dal suo controtransfert. Moltoprobabilmente, proprio in seguito alla sua storia con la Spielrein, Jungapprofondì questi temi nel suo studio "la psicologia del transfert", affrontandol'argomento del coinvolgimento del terapeuta nella cura del paziente.

Tornando alla trama del film, ricorrere,ai fini di ricostruire la storia di Sabina, all'escamotage dei due studiosi che,incontratisi per caso, decidono di far convergere le loro ricerche sulla Spielrein,risulta, in definitiva, poco efficace e scarsamente originale. D'altra parte èlo stesso regista a dichiarare in un'intervista che i personaggi dei duericercatori sono inconsistenti sul piano"drammaturgico", ma che sono stati scelti in quanto determinanti sul piano narrativo. Così la loro storia nel corsodella pellicola non viene fatta decollare, evidentemente per scelta, ma ilrisultato è quello di una parentesi (lontana quindi dal costituire un motore per la narrazione) fredda ed incompiutanel contesto della trama.

Al termine del racconto dellastoria tra Sabina e Jung arriviamo, finalmente, a conoscere qualcosa in più dellavoro della Spielrein, in particolare del suo impegno negli studi sui bambinipresso l'asilo di Vera Schmidt (l'asilo bianco) a Rostov, purtroppo raccontato soloattraverso le parole e le ricostruzioni dei due ricercatori, senza entrare nelvissuto della protagonista, come nella prima parte.

Nonostante tutto Prendimi l'Anima riesce ad arrivare alcuore dello spettatore, grazie a quella emotività pura che caratterizza ilritratto di Sabina ed alla passione intellettiva e fisica che Emilia Fox, neipanni di Sabina Spielrein, riesce a trasmettere con il proprio sguardo, intensoed umano, disperato o animato da gioia e speranza. La resa dell'introspezionenel personaggio della Spielrein, più che al lavoro di sceneggiatura, è sicuramentedovuta a questa notevole interpretazione.

C'è infine una frase del film che è doveroso citare perchésembra racchiudere l'essenza della storia di Sabina. Si tratta diun'osservazione della ricercatrice di fronte all'affermazione, da parte delcollega, che tutto sommato, essendosi risposata, la Spielrein non dovevaaver nutrito quell'amore così forte ed eterno per Jung. La ragazza risponde cheSabina voleva vivere d'amore non morirne,tracciando il carattere dell'amore come sentimento che nutre la vita e la continuarinascita. Ripensando proprio all'esperienza della fine del rapporto delladonna con Jung, che la vide poi intraprendere la sua strada, da sola, lacitazione rimanda al lavoro della Spielrein "la distruzione come causa dellanascita" in cui la studiosa illustrava il nesso inscindibile tra sessualità,morte e divenire: perché qualcosa di nuovo possa nascere bisogna amare ebisogna  morire.

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