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L'anima del commercial: Pubblicità e pubblicitari al cinema

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Scritto da Rosario Gallone   
Wednesday 05 October 2005
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Minority Report
Un saggio storico analitico di Rosario Gallone sulla rappresentazione cinematografica del mestiere di pubblicitario e della pubblicità.
Rosario Gallone, regista e sceneggiatore, insegna regia e critica cinematografica presso Pigrecoemme.

 

 

 

Cominciamo dalla fine. Il futuro prossimo di Dick/Spielberg (quello di Minority Report) presenta congegni di identificazione ottica che, oltre a violare costantemente la privacy, personalizzano, eponimicamente, il messaggio pubblicitario. “Le pubblicità ti prendono di mira […] Un manifesto ti legge gli occhi a quasi 200 metri di distanza e ti proietta suoni e immagini1. Ecco allora che il protagonista può sentirsi dire “John Anderton avresti bisogno di una Guinness adesso” . La nota stonata è che questa presa di coscienza sulla terribile deriva dell’invasività dei commercial provenga da parte di colui che ha inaugurato, se non il product placement 2, almeno la sua mise en abîme con Jurassic Park. Dicevamo degli occhi. Non è un caso che siano gli organi scelti per innescare il “personal spot”, se è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Ed è a questa che, stando all’immagine dei pubblicitari tramandataci dal cinema, mirano questi mefistofelici persuasori, che siano alieni o terrestri 3.

 

- I pubblicitari –

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Come far carriera senza lavorare
A differenza di altre professioni (avvocati e medici sono spesso oggetto di spietati ritratti, ma ci sono pur sempre quelli che mettono la deontologia al primo posto), quella del pubblicitario non è mai stata dipinta in modo positivo. Come spiegare altrimenti due titoli particolarmente espliciti (almeno nella loro traduzione italiana) quali Come far carriera senza lavorare (1967, di David Swift) e Come far carriera…molto disonestamente (1990, di Jan Egleson)? Del resto, già nel 1947 un film di Jack Conway sulla redenzione di un pubblicitario (Clark Gable) si intitolava I trafficanti, traduzione non letterale di The Hucksters ovvero “i venditori ambulanti”. La redenzione, appunto. Quando non c’è da satireggiare, il pubblicitario viene scelto quasi come paradigma del peccatore che si monda dalle sue macchie (vacuità, materialismo, costante perseguimento dell’inganno): i protagonisti de Il principe delle donne (di Reginald Hudlin, 1992) e di What Women Want (di Nancy Meyers, 2000) dovranno rivedere le loro anacronistiche posizioni maschiliste (ed il secondo grazie ad un fortuito quanto magico incidente), mentre l’altra metà del cielo, la Kate di Kate & Leopold (di James Mangold, 2001), troverà l’amore e la felicità fuggendo in un’altra epoca, meno frenetica e spietatamente ambiziosa.

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I trafficanti
Il lavoro di pubblicitario è fatto sostanzialmente di fumo (ed è quello che, in fondo, vende), ma, come se non bastasse, non richiede neanche queste grosse qualità. Anche un gruppo di ospiti di una casa di cura, guidati da un pubblicitario rinchiusovi perché deciso a dire la verità sui prodotti, può sfondare nel mondo della pubblicità (Pubblifollia di Tony Bill, 1990); così come la cuoca di un creativo può letteralmente salvargli il posto con un efficace slogan su un pollo (La casa dei nostri sogni di H.C. Potter, 1948), e finanche un lavavetri scaltro ha la possibilità di giungere al vertice di una società (ancora Come far carriera senza lavorare). Anche i creativi italiani non fanno una gran figura sul grande schermo se pensiamo al Gianfranco Pedone (un clone grottesco di Gavino Sanna) interpretato da Ivano Marescotti in Consigli per gli acquisti di Sandro Baldoni ed al Tommaso/Fabio Volo di Casomai diretto da Alessandro D’Alatri 4.



 

- La pubblicità -

Molto più complesso è il discorso relativo alla presenza di spot all’interno di opere cinematografiche. Qui la forma scelta è, pressocché esclusivamente, la parodia e, sebbene le tipologie di inclusione siano diverse, tutte concorrono ad una sorta di analisi metatestuale della pubblicità. Del resto, la parodia, sostiene Roy Menarini 5, “ha dalla sua una tendenza autoriflessiva in grado di gettare luce sul testo preso a bersaglio, e al contempo la possibilità di spiegare perchéil testo in questione viene parodiato”. Con la parodia, quindi, il cinema arriverebbe all’anima del messaggio pubblicitario, con tre differenti modalità:

 

- La citazione parodiegetica

Il modello di riferimento viene richiamato da un elemento intradiegetico (una battuta o una gag visiva) per strizzare l’occhio ad uno spettatore nel cui bagaglio culturale quell’input è già presente. In tal caso più che una presa in giro o un’operazione di decostruzione della pubblicità, abbiamo una spallata complice ad un pubblico/target già noto e, indirettamente, una testimonianza dell’influenza enorme della pubblicità che finisce coll’invadere anche altri spazi dell’immaginario: Enrico Montesano/Petronio Arbitro, in Nerone di Castellacci e Pingitore (1977), dichiara di fidarsi di Galba e dei suoi uomini perché “Galbani vuol dire fiducia”; in Arrapaho (1984) di Ciro Ippolito, quando il protagonista conquista lo scalpo del nemico, dall’acqua emerge Cesare Ragazzi che pronuncia il suo famoso slogan “Salve sono Cesare Ragazzi ed ho una magnifica idea in testa” porgendo al malcapitato un parrucchino; Jerry Calà/Gianni, in Rimini Rimini di Sergio Corbucci (1987), mostra la sua soddisfazione per un affare appena concluso accennando “E’ tanto che aspettavo un’occasione così”, motivetto preso in prestito da una popolare campagna promozionale degli anni ‘80 della Opel, campagna denominata Operazione Itaca; in Scary Movie 2 di Keenen Ivory Wayans (2001), la classica misteriosa palla, che cade giù dalle scale, viene raccolta da uno dei protagonisti il quale comincia a palleggiare ed a passarla agli altri, trasformando la sequenza in una copia di uno spot Nike.

 

- La caricatura non diegetica

Mutuando la denominazione da quella di uno degli “inserti” metziani 6, si tratta di una parodia che ha come modello di riferimento uno spot od un manifesto, realmente esistenti, di cui si “carica” una componente a fini, più che altro, dissacratori. E’ una tipologia rara da vedersi sul grande schermo (e più frequente sul piccolo, in trasmissioni satiriche, da Un, due tre fino a Mai dire domenica, passando, Oltreoceano, per il Saturday Night Live) anche perché necessita, nel caso degli spot, di una struttura particolare che è quella a sketches o episodi: in Anni ’90 (1992) di Enrico Oldoini ad essere prese di mira sono le campagne di sensibilizzazione (ribattezzate “pubblicità regresso”) sull’ AIDS (ricordate lo spot in cui il sieropositivo è indicato da un alone viola?) e sull’uso del preservativo (quella del professore che raccoglie un profilattico in classe e chiede di chi è sentendosi rispondere “è mio” da tutta la classe); in L’aereo più pazzo del mondo…sempre più pazzo (1982) di Ken Finkleman, possiamo vedere in un futuro piuttosto lontano, alle spalle di una commessa dello store di un aereoporto, il manifesto di un ennesimo sequel di Rocky raffigurante un vecchio ricurvo in calzoncini e guantoni da boxe; in Uccelli d’Italia (1985) di Ciro Ippolito sono gli spot di un noto detersivo e quello di un’altrettanto nota carne in scatola ad essere bersaglio della volgare presa in giro del gruppo degli Squallor.

 

- La spotificated parody

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consigli per gli acquisti
A questa tipologia appartengono veri e propri spot che reclamizzano prodotti immaginari (spesso assurdi), sono inclusi nella fabula (e non estranei ad essa come nella “caricatura non diegetica”) e ciò che parodizzano è, più in generale, la “pubblicitarietà” o “spottitudine” (slogan improbabili quasi quanto gli articoli pubblicizzati, regia camp): nel geniale (e dimenticato) Ladri di saponette (1989) di Maurizio Nichetti, la visione distratta di un film trasmesso in TV che spesso porta a percepire le immagini in un flusso continuo (senza distinguere, in altri termini, tra il lungometraggio ed i brevi audiovisivi che sono gli spot) si concretizza in una continua e reciproca invasione. Dei protagonisti delle pubblicità nell’opera neorealista (una modella si tuffa in piscina e si ritrova nel fiume lungo il quale cammina Antonio, il protagonista del film) e viceversa (Maria, la moglie di Antonio, si suicida nello stesso fiume per emergere nella lavatrice di una reclame di detersivi; Bruno, loro figlio, è attratto dalla merendina pubblicizzata in uno spot); in Consigli per gli acquisti vengono mostrati gli spot commissionat da un truffaldino imprenditore allo scopo di riciclare carne in scatola andata a male come cibo per cani; in Casomai, Tommaso vince un premio con uno spot che riprende gli stilemi patinati delle pubblicità di oggetti di lusso; in Ridere per ridere (1977), di John Landis, viene ricostruito un palinsesto televisivo nel quale sono ricompresi anche spot (un’azienda, la Argon, che ricava energia riciclando l’acne giovanile, la brillantina dai pettini degli italiani e l’olio dei cibi in plastica statunitensi; Nytex notte, un tranquillante troppo efficace; la birra Willer con degli Are Krishna come testimonial al solo scopo di poter recitare “Valeva la pena reincarnarsi sei o sette volte per gustarsi una birra Willer”; il gioco da tavola Farla franca sulla falsariga del Monopoli; un’esilarante associazione, Amici della morte, volta a combattere la discriminazione contro i cadaveri); in Donne amazzoni sulla luna (1987), di A..A.V.V. (tra cui ancora Landis e Joe Dante), presenta lo stesso spunto di partenza del precedente (Joe Pantoliano reclamizza Hairlooming, una cura alla calvizie consistente nel trapianto di moquette; B.B. King sollecita una raccolta fondi per l’Associazione Blacks Without Soul; una noiosa festa può essere rallegrata da ScioccoPatè che, oltre ad essere mangiato, può diventare un gioco divertente e copiare i fumetti preferiti).

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Donne amazzoni sulla luna
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Donne amazzoni sulla luna
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Donne amazzoni sulla luna
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Ridere per ridere: Amici della morte
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Ridere per ridere: energia dall'acne
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Ridere per ridere: Birra Willer
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Ridere per ridere: Il gioco da tavola
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Ridere per ridere:: Il tranquillante Nytex


 

- La parodia trasversale

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Il manifesto
L’uso della forma pubblicità è utilizzato ad altri scopi: in Signore e signori, buonanotte (1976), pellicola prodotta dalla coooperativa 15 maggio e diretta collettivamente da, tra gli altri, Mario Monicelli, Luigi Comencini, Luigi Magni, Nanni Loy, Ettore Scola, il finto palinsesto televisivo serve a colpire la solita italica mostritudine 7. A questo obiettivo finale non sfuggono le pubblicità annunciate dal disegno animato di un pagliaccio giocoliere che, al termine della sua esibizione, apre la cerniera dei calzoni e rimette al loro posto le palline. Le interruzioni sono due: in una un papà ed un figlio attraversano felici un bosco in bicicletta intonando un motivetto alla Donovan, mentre la voce fuori campo di Ugo Tognazzi rivela quanto sia fortunato quel bambino il cui padre ha già trasferito 5 miliardi in Svizzera (e i due protagonisti, intanto, attraversano il confine); nella seconda un giudice responsabile del sequestro di diverse opere considerate oscene, pubblicizza Orotap, i tappi che consentono di avere orecchie da mercante, da censore e da repressore.

Concludiamo con un accenno alle rappresentazioni dei set pubblicitari. Anche in questo caso, largo spazio alle gag e ad uno sguardo cinico su quel mondo. Non a caso, i due esempi riportati hanno come protagonisti un aspirante attore guitto ed un attore famoso in disarmo ed in trasferta.

Il primo è Mandrake/Gigi Proietti che, in Febbre da cavallo (1976)che, vestito da vigile urbano per un carosello del whisky WAT 69, non riesce a pronunciare la battuta “E' un whisky maschio senza rischio” storpiandola in"è un fischio maschio senza raschio... no, un caschio moschio col rischio..."; il secondo è Bill Murray/Bob Harris , in Lost in Translation (2003), che, per pubblicizzare il whisky Suntory, gira uno spot piuttosto anodino e posa, per il manifesto, al servizio di un fotografo che gli chiede di essere, di volta in volta, più Roger Moore, John Wayne, Dean Martin…



1 Dichiarazioni di Steven Spielberg ne Il mondo di Minortiy Report, contenuto speciale del DVD Fox di Minority Report

2 In linea generale, si parla di product placementtutte le volte che un prodotto o un brand appare all’interno di una qualche forma di spettacolo ed è legato allo sviluppo della sua trama o della sceneggiatura. Risultano pertanto esclusi gli inserimenti pubblicitari, le promozioni, le sponsorizzazioni, ecc.

Le modalità di inserimento sono sostanzialmente (in RUSSELL, C.A., Toward a framework of product placement: theoretical propositions, in “Advances in Consumer Research”, 25, pp. 357-362, 1998) tre:

• visuale (screen placement);

• verbale (script placement);

• integrato (plot placement).

In Daniele Dalli, Il product placement cinematografico: oltre la pubblicità?, relazione al Convegno “Le tendenze del marketing in Europa”, Università Ca’ Foscari , Venezia 28-29 novembre 2003

3 In Essi vivono (di John Carpenter, 1988) la conquista del pianeta viene effettuata attraverso induzione subliminale celata dietro messaggi pubblicitari. L’identità degli extraterrestri è svelata proprio da un paio di occhiali. In Un volto nella folla (di Elia Kazan, 1957) il malcapitato Faust è un cantante folk inopinatamente baciato dal successo mediatico.

4 Sarà un caso, ma entrambi i registi vengono proprio dal mondo della pubblciità. Baldoni come autore, tra l’altro, della fortunata campagna per Il manifesto, “La rivoluzione non russa”, mentre D’Alatri, dopo un trascorso di baby-attore in alcuni Carosello, è diventato apprezzato regista di spot nonché di cinema (suoi sono Americano Rosso, Senza pelle, I giardini dell’Eden e Casomai).

5 in La parodia nel cinema italiano, p. IX, ed hybris, Bologna 2001

6 Cfr. Christian Metz, Semiologia del cinema

7 Tra gli autori, infatti, si annoverano i padri della commedia all’italiana: Luigi Comencini, Ruggero Maccari, Age & Scarpelli, Ugo Pirro, Benvenuti & De Bernardi, Nanni Loy, Luigi Magni, Mario Monicelli

Commenti
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sabba francesco  - contesti   |2008-06-04 04:08:36
ma dei vari punt e mes e muratti presenti in polizieschi ,commedie e melò come
oggetti scenici o arredo ?
Subliminale o contestualizzante?

O entrambe?
Anonimo   |2008-06-04 08:01:37
Il saggio è sulla rappresentazione di pubblicità e pubblicitari mentre quella
cui tu fai riferimento era pubblicità vera e propria. Né subliminale (ci
mancherebbe, così in evidenza!), né contestualizzante. Impacciata, direi.
Sabba Francesco  - Contesti-2   |2008-06-04 14:25:26
Il saggio-se così vuol esser chiamato- parla di concetti di comunicazione
audiovisiva analizzati nelle metodologie con esempi propedeutici.
Nella
fatispecie non colgo la sfumatura(forse perchè rivolta ad un genere di lettore
che non conosco) che differenzia la pubblicità vera e propria dalla pubblicità
vera e propria chiamata in altro modo.

Perchè se il cinema è fatto di citazioni
interne(i vari scary movie ,fino all'ultimo di Gondrie ) in cui si presume una
conoscenza culturale ,sembra che tale conoscenza non prescinda assolutamente da
meccaniche economiche,e infatti in quanto oggetto di citazione, il cinema
presenta in maniera sproporzionatamente frequente la sua emanazione industriale
più pura,i suoi blockbuster maggiori,i best seller.
Questi contribuiscono ad un
ciclo chiuso in cui viene tramandata una specifica estetica simbolo di una messa
in scena ,e quindi di una peculiarità produttiva iscrivibile esclusivamente a
determinate metodiche di produzione,esclusivamente di carattere professionale ed
industriale.

Se poi vogliamo parlare di impacciataggine,nell'evidenza di una
bottiglia di Punt&Mes,andiamo a riscrivere completamente lo stile di un
determinato genere,basato su caratteristiche di rappresentazione che (non solo)
hanno fatto scuola per capacità di sintesi editoriale e metrica
narrativa.
Grazie a peculiarità tecniche dovute a questioni meramente
economiche,dei geni della messa in scena hanno raggiunto in determinati
piani,tagli e movimenti di macchina ,un assoluto controllo di una sintesi ,in
cui il brand,capace di veicolare senso al pari di altri segni,diviene parte
integrante.

Far di necessità virtù,diremmo.

Ed anche Nanni Moretti ,che in
Ecce Bombo fa il verso di Manfredi ,ci riporta ad una critica non tanto verso il
sistema che produce determinati manierismi(solo in quel caso contestualizzabili
e riconoscibili per lo spettatore) ma verso l'attore che si fa debole e
sminuisce la sua professionalità incappando nel facile richiamo del cerimoniale
di vestizione proposto dal potentissimo brand-oggetto di consumo,con l'intento
di esaltare la propria presenza nell'immaginario contemporaneo e nel contempo
lavorare..

Quindi ,qual'è il mestiere di pubblicitario e da dove si riconosce
un "pubblicitario"?L'equipe di Michelangelo ,era un agenzia
pubblicitaria???
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