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(USA 2005) di Stuart Gordon con William H. Macy
Il cinema e gli Stati Uniti hanno un rapporto molto particolare, per anni si è parlato senza limiti del sogno americano, con risultati buoni (Paura e delirio a Las Vegas) e meno buoni (La ricerca della felicità). Molti registi però hanno preferito di indagare sull'altro lato dell'America quello più inesplorato, quello più interessante, quello più oscuro, cercando di capire l'essenza della sua oscurità ed il perché di essa; per citarne alcuni, c'è stato Collateral di Michael Mann, poi l'impareggiabile Inland Empire (1 , 2 , 3 ) di David Lynch, e ora Stuart Gordon ci offre il suo Edmond.
Edmond (William H. Macy) è un revisore contabile di una grande società newyorkese che conduce una vita più che benestante, un giorno, dopo essersi fatto leggere le carte da una bizzarra quanto inquietante chiromante, sente che la vita che ha non gli appartiene più e decide di far saltare tutto, mettendo tutto in gioco: Edmond lascia la moglie ed intraprende un viaggio nella notte della Grande Mela in cerca della sua vera essenza e della sua vera vita, in balia di prostituzione, delinquenza e molto altro ancora.
È evidente l'intenzione dell'autore di mettere in luce tutti i pregiudizi della società americana, ed in particolare il razzismo dell'alta borghesia per la quale i negri sono tutti ladri, rapinatori, campioni di basket e amanti della vita sessuale; e gli omosessuali sono dei brutti finocchi senza palle. Insomma una società senza più valori, ormai spoglia delle basi democratiche e liberali che ancora la dovrebbero tener in piedi, una civiltà dove nulla ha più senso, la società del nichilismo che alla fine del diciannovesimo secolo Nietzsche aveva profetizzato. La New York della perversione, della prostituzione della delinquenza, costituisce il naturale gemello compensatore della New York ammazzata dallo stress, dal lavoro, dalla corsa al denaro, che non ha tempo per la crescita interiore e che quindi è vulnerabile al suo stesso interno dando luce al lato oscuro notturno.
Un film sull'evasione, sulla voglia di evadere, una fuga più che dalla vita, dall'abitudine alla vita, dalla noia che non ti fa mai sentire realizzato mai più un brivido, mai più un rischio. Da questa situazione Edmond sceglie la via dell'evasione, vuole cambiare vita ma non sa nemmeno lui come e in che cosa, un evasione che lo porta alla perdita del senso delle cose e della vita, una tra svalutazione dei valori tanto radicale da non fargli avere scrupoli al momento di commettere efferatezze, una strada che lo porta al delirio e alla follia, dritta verso l'autodistruzione.
Un William H. Macy enorme, grandissimo mattatore del film, un attore ormai in là con gli anni del quale non ti ricordi mai il nome ma sempre il volto, quel volto lungo e scavato e quegli occhi azzurri che interpretano alla perfezione la pazzia. L'attore mette tutto se stesso nell'interpretazione esponendosi come mai nella sua carriera aveva fatto.
Un'opera infarcita di grandi dialoghi, in particolare nelle scene di delirio psicofisico, scritta da un grande sceneggiatore quale David Mamet, uno che l'America la conosce bene, avendo anche scritto gli script per Il postino suona sempre due volte, Gli intoccabili e Ronin (chi ha visto La Casa dei Giochi? -ndAdmin).
Un film non esente da difetti (in alcuni casi è molto lontano dalla verosimiglianza e nel finale molto retorico), ma di cui si sentiva e si sente la forte mancanza in un periodo di omologazione cinematografica.
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