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(Cina, HK, 2006) di Jia Zhan-gke, con Zhao Tao, Han Sanming. Hon Wei Wang

L'ultimo lavoro di Jia Zhang-Ke sembra una "natura morta in divenire". L'impressione di staticità che si ricava dal titolo occidentale del film viene prontamente smentita. Il villaggio di Fengje come una natura morta stratificata che accumula trasforma e distrugge i segni di una civiltà millenaria destinata ad essere sommersa dal progresso e dall'acqua che trasformerà irrimediabilmente il territorio...
Due cittadini cinesi che lavorano nella zona montuosa dello Shanxi scelgono di ritornare sulle sponde del fiume Yangtze per raggiungere il villaggio natale di Fengjie che verrà presto sommerso con la costruzione della "Diga delle Tre Gole". L'infermiera Shen Hong (Zhao Tao) si mette sulle tracce del marito che non vede da due anni. Il minatore Han Sanming (un attore esordiente nel ruolo di se stesso) vuole farsi una nuova vita a Fengje. Grazie all'aiuto di un amico (Hon Wei Wang), la donna ritrova il marito ma decide comunque di divorziare, mentre Han Sanming che intanto trova lavoro in un'impresa di demolizione decide di risposare l'ex-moglie.
L' ex-ribelle di "sesta generazione" Jia Zhang-ke che si era scagliato alla fine degli anni novanta contro il cinema de papa di Zhang Yimou e Chen Kaige, torna a rileggere il tema del rapporto uomo-ambiente nella società cinese contemporanea con uno stile documentaristico ed un intreccio minimalista che valorizzano la messa in scena di un paesaggio irrimediabilmente trasformato dal progresso tecnologico per la costruzione di una centrale idroelettrica e di una diga alta 185 metri che stanno costringendo all'esodo più di mezzo milione di abitanti.
La perdita dell'identità territoriale amplifica il dramma dei due protagonisti che vagano alla ricerca del tempo perduto nello scenario di una "natura morta in divenire" che tradisce il titolo della pellicola. Impossibile distinguere nel presente filmico le macerie dai reperti archeologici di epoca Han; gli edifici che verranno demoliti da quelli in costruzione; il terreno dalla polvere. Impossibile ritrovare la strada se oltre alla bussola manca una cartina del luogo in cui si decide di tornare. Anche gli ideogrammi delle parole "liquor" e "tea" che appaiono fugacemente sullo schermo sono puri significanti, falsi indizi che rimandano solo a se stessi e non risolvono la quête sensoriale di Shen Hong e Han Sanming (solo l'ultimo ideogramma che trascrive la parola "toffee" rimanda alla figura di un operaio che muore sepolto tra le macerie).
Il ruolo di traghettatore della graziosa Zhao Tao (al quarto film con Jia Zhang-ke) è stato affidato a Hon Wei Wang forte del sodalizio iniziato con il regista a partire dal suo esordio al lungometraggio Xiao Wu (1998), nel quale l'attore interpretava un apatico ladruncolo di periferia votato all'autodistruzione. La critica occidentale farebbe bene a pronunciare più spesso il nome di "Nelson" Yu Lik-wai, che si sta imponendo come uno dei migliori direttori di fotografia del cinema asiatico. Still Life è stato premiato con il Leone D'oro alla 63ma Mostra Internazionale D'Arte Cinematografica di Venezia (2006).
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