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(Gb/Rep. Ceca/Francia/Italia 2007) di Peter Webber con Gaspard Ulliel e Gong Lì
Il signor Hannibal Lecter aveva ancora bisogno di presentazioni? Forse si. Aveva bisogno di rifacimenti pedissequi del libro che ha fatto storia, che ha dettato legge su come si organizza una thriller-story perversa? Sicuramente no. Il britannico Peter Webber, spinto fortemente dal sempreverde Dino De Laurentiis, ci prova, tenta di mostrarci la genesi del genio malato che nel 1991 con il suo alito mefitico e con il volto di sir Anthony Hopkins faceva rabbrividire gli spettatori nelle sale cinematografiche.
L'operazione era in partenza molto difficile e notevolmente rischiosa, per numerosi motivi: i precedenti erano ben lungi dall'essere confortanti, ci avevano provato in due, Ridley Scott (Hannibal) e Brett Ratner (Red Dragon), il primo ha fallito sia come valore assoluto del film, sia rapportato ai suoi standard abituali (I duellanti, Blade Runner, Thelma & Luise, Black Hawk Down), il secondo, che senza dubbio confeziona un film sotto la mediocrità, addirittura peggiore di Hannibal, rimarrà nella storia come il regista che ha fatto peggio in rapporto al cast di attori di cui disponeva (Anthony Hopkins, Edward Norton, Ralph Fiennes, Harvey Kietel, Philip Seymour Hoffman, Emily Watson), dimostrandosi decisamente più a suo agio con Rush Hour; l'operazione era rischiosa in primis per il regista Peter Webber che è alla sua opera seconda (dopo La ragazza con l'orecchino di perla), ed è lecito pensare che se registi del calibro di Ridley Scott hanno dato certi risultati, l'esordiente britannico non difetti nel coraggio; il compito più arduo di tutti, probabilmente, lo aveva il giovanissimo attore francese Gaspard Ulliel (ventidue anni compiuti da poco), chiamato ad interpretare uno dei ruoli più difficili della storia del cinema, e a non far rimpiangere quell'ineguagliabile demonio entrato nell'immaginario collettivo grazie ad un signore battezzato come Anthony Hopkins.
Cosa ne è venuto fuori? Le aspettative erano bassissime e il risultato è più che soddisfacente.Webber ci mostra la nascita del mostro, il suo percorso evolutivo e la sua definitiva maturazione. Tutto comincia in una Lituania assediata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, il piccolo Hannibal Lecter (Gaspard Ulliel) ha solo otto anni e assiste inerme alla morte dei genitori a causa di uno scontro armato in cui questi ultimi sono le vittime del fuoco incrociato. Ritrovatosi solo, e con il compito di badare alla sua sorella minore Misha in una casa isolata nella foresta, dimostra coraggio e temerarietà quando un gruppo di feroci barbari che per necessità praticano il cannibalismo ("O mangiamo o moriamo!") invadono la casa, fanno il bello e il cattivo tempo con i tesori di famiglia ed infine scelgono la sorellina come agnello scrificale. L'uomo Hannibal Lecter muore in quel momento, tutto ciò che di umano e sensibile era in lui, scompare, si tramuta in feroce desiderio di vendetta senza limiti. Con determinazione calvinista riesce a rifarsi una vita, ritrova la zia giapponese (Gong Lì) che, come lui ha un passato da sopportare (tutti i familiari sono deceduti nella strage atomica di Hiroshima), che lo accoglie in casa sua, ma il giovane ragazzo ha una ostinazione taurina, il suo pallino rosso sono i killers di Misha e niente potrà fargli cambiare idea.
Il film si distingue, si eleva da dall'onda imitatrice e manieristica che avvolgeva i due precedenti lavori, questa volta siamo davanti a qualche cosa di diverso, non necessariamente migliore, ma sicuramente originale. La sceneggiatura è però decisamente povera, mancano moltissimi riferimenti alla storia dell'orribile mostro e alle sue attitudini in via di sviluppo, e vi sono buchi drammaturgici non di poco conto (non sappiamo mai bene le modalità della sua formazione e i suoi percorsi di studi - punti nevralgici se si aspira a raccontare la storia della genesi di Hannibal Lecter - il personaggio è poco approfondito: dove finito il grande mostro di brutalità e di cultura? Dov'è il diabolico psichiatra?), ma nonostante ciò il buon Peter Webber cerca di mettere una pezza su tutto rimediando il più delle volte con dei flashback repentini chiarificatori, un montaggio molto serrato e un clima sempre inquietante.
Un'atmosfera creata almeno al cinquanta percento dall'ottima interpretazione di Gaspard Ulliel che dimostra una maturità espressiva fuori dal comune entrando completamente nel personaggio, riuscendo ad essere straordinariamente conturbante in ogni fotogramma. Nota di merito anche per la sempre ottima Gong Li che anche in film come questo, dove per lei è riservato un ruolo abbastanza marginale, riesce ad offrire il suo grande contributo.
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