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(Danimarca, Svezia, 2006) di Lars Von Trier con Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridriksson
L'ultimo di Lars Von Trier sembra vivere di deleghe tecniche e drammaturgiche. Il senso di responsabilità del regista e dei suoi personaggi viene continuamente scaricato. Il trionfo dell'esternalizzazione aziendale si riflette sia sulla scelta di impiegare un sistema automatico di riprese sia nella vicenda di Kristoffen costretto ad interpretare il ruolo del grande capo per salvare la faccia del legittimo proprietario dell'azienda. La commedia come gioco attoriale dove la costruzione dell'identità ultima dei personaggi viene continuamente negata in un meccanismo di rinvio quasi infinito...
Ravn (Peter Gantzler) scaltro proprietario di una società di information technology ha creato la figura di un finto presidente che vive negli Stati Uniti per tenere bada i suoi dipendenti in caso di scelte impopolari. L'esigenza di rivelare questa figura misteriosa lo spinge a cercare un prestanome in vista della vendita in blocco della sua impresa allo scontroso uomo d'affari islandese Finnur (Fridrik Thor Fridriksson). Ravn decide così di mettere sotto contratto l'attore teatrale disoccupato Kristoffer (Jens Albinus) per interpretare il ruolo di presidente della società.
Lars Von Trier sforna una brillante commedia di costume, prendendo in contropiede critica e pubblico, adulatori e detrattori ovvero tutti quelli aspettavano l'uscita del terzo capitolo della controversa trilogia americana (Dogville, Manderlay e il misterioso Washington). Una struttura sorprendentemente lineare, in tre atti ma scandita da quattro incursioni della voce narrante del regista la cui sagoma riflessa appare sui vetri dell'edificio dove si svolge l'azione. Comunque troppo presto per dire se queste incursioni siano solo lontani residui di un cinema ruvido e criptico che forse Von Trier vuole lasciarsi definitivamente alle spalle.
Anche se l'equazione scontata Von Trier-Dogma, autorialità-sperimentazione deve essere derubricata a mera parentesi nel percorso di un regista che ha appena cinquant'anni, Von Trier e la sua factory Zentrope non rinunciano anche questa volta alla sperimentazione tecnico-formale, impiegando Automavision un sistema informatico per il controllo delle riprese che permette di selezionare automaticamente le inquadrature dopo aver fissato l'angolo di ripresa. Il risultato è che mai si sono visti tanti jump-cut in una commedia. Tuttavia ci resta da capire se questa tonitruante discontinuità in sede di montaggio sia solo un semplice limite del dispositivo oppure scelta deliberata in un cinema che non sa rinunciare al proprio manierismo straniante.
Il Grande Capo, commedia di costume anzi commedia di costumi aziendali ha il proprio punto di forza nell'ingranaggio dei dialoghi: memorabile la gaffe di Ravn che rivolta la storia in sede di trattative quando dice a Finnur che il suo paese è stato colonizzato 400 anni dall'Islanda. Azzeccata la caratterizzazione di Finnur (interpretato dal regista islandese Fridrik Thor Fridriksson) che asseconda la steretotipo dell'isolano sciatto e credulone, mentre la performance mattatoriale di Jens Albinus nei panni del ‘grande capo' regge bene fino all'inatteso epilogo.
Oltre a prendersela con il teatro di Ibsen per bocca di Kristoffen, Von Trier lavora anche sulla banalità del linguaggio aziendalese, e tra operazioni di "off-shoring" e di "outsourcing" il regista danese seguendo il trend inaugurato dal suo personaggio Ravn celebra il trionfo di questo costume, giungendo perfino ad esternalizzare il finale del film delegato alla performance del fittizio Gambini che si esibisce nel famoso monologo di tre ore sullo "spazzacamino senza camino". Il grande Capo avrebbe meritato di partecipare ad un festival importante.
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