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20th Century Box
Recensioni di film appartenenti alla Storia del cinema redatte dai partecipanti ai corsi di critica di Pigrecoemme e dalla redazione di The Others Magazine.
(Italia, 2003) di Roberto Faenza, con Emilia Fox, Iain Glen,Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander
Non può dirsi completamenteriuscito questo film di Roberto Faenza, per il quale non sembra del tuttochiaro quale fosse esattamente l'obiettivo del regista nel tracciare ilritratto del medico e psichiatra Sabina Spielrein, vissuta tra il 1885 ed il1942 ed uccisa dai nazisti, con le due figlie ed altri ebrei, in una sinagogadi Rostov, sua città natale.
L'epigrafe all'inizio della pellicoladichiara la volontà di rendere giustizia alla memoria, trascurata in passato,di questa donna eccezionale che riuscì a riaversi da uno stato di malattia,valutato di estrema gravità dagli esperti che oggi hanno studiato le suecartelle cliniche, in virtù della sua straordinaria intelligenza e dellepreziose doti di intuito, creatività e determinazione che le consentirono, unavolta guarita, di animare la propria esistenza. La Spielrein, infatti, doposoli sette anni dal suo ingresso nell'ospedale psichiatrico di Burghölzli, neipressi di Zurigo, si laureava in medicina con una brillante tesi sullaschizofrenia, uno dei primi lavori sull'argomento.
(Francia 2009) di Yannick Dahan e Benjamin Rocher con Claude Perron, Jean-Pierre Martins, Eriq Ebouaney
Prima che ci si abitui ai remake imbecilli prodotti da Michael Bay che non fanno onore all'horror ed al cinema in genere, meglio immergersi nella visione di un'opera come La Horde (passato a Venezia 2009, ma non ancora - guarda un po'! - distribuito). Che non ha nulla di originale da dire (la solita invasione di appestati zombeschi della cui origine nulla si sa), ma lo fa stramaledettamente bene e, soprattutto, lo fa politicamente. Il che non significa dire che è colpa dei militari (La città verrà distrutta all'alba), ma che il palazzo, teatro dell'assedio, è una fottuta trappola perché hanno dimenticato di finire la scala antincendio, perché cade a pezzi, perché l'ascensore arriva fino al quarto piano, perché è nella banlieue e non è prevista neanche l'evacuazione come, invece, in tutto il resto della capitale. Un posto di merda in cui vivere, in altre parole. E ben prima degli zombie.
(Gran Bretagna, 1985) di Terry Gilliam, con Jonathan Pryce, Robert De Niro, Bob Hoskins, Kim Griest, Katherine Helmond, Jim Broadbent
“Salve gente, sono qui con voi per parlarvi di condutture: le condutture della vostra casa vi sembrano vecchie e fuori moda? Perché non le cambiate? Central Services vi offre una vasta gamma di modelli dalla linea nuova ed elegante…” Invitante, gentile, professionalmente impeccabile, l’uomo della réclame ci esorta a prenderci cura della nostra casa. Siamo nel periodo natalizio e Natale significa famiglia, quindi casa e, quindi, anche condutture – sistema elettrico, impianto di condizionamento, riscaldamento, rete fognaria… Ovunque, nelle abitazioni come negli uffici, si annidano questi grossi tubi dai quali dipende il funzionamento di qualunque cosa, che concorrono a creare, nella scenografia, l’atmosfera surreale che avvolge l’intera narrazione; mentre manutenzione e riparazione condutture significano, in una sola parola, anzi due, CENTRAL SERVICES.
La pubblicità ci arriva attraverso una TV in un negozio di elettrodomestici, prima che una deflagrazione, causata da uno degli attacchi terroristici che affliggono il paese, distrugga il locale. E’ il Signor Helpmann, Vice Ministro dell’Informazione, interrogato da un giornalista nel corso di una trasmissione televisiva, a spiegarci con la sua voce suadente, da sommo Babbo Natale, che dietro l’aumento negli ultimi tempi degli attacchi terroristici non può esserci che “una sparuta minoranza di persone che sembra aver completamente dimenticato i vecchi valori di una volta”. Il Vice Ministro aggiunge: “se queste persone accettassero le regole del gioco otterrebbero molto di più dalla vita”. Il monopolio della ditta di riparazione delle condutture rientra evidentemente nel gioco delle regole cui bisogna attenersi per vivere una vita migliore. Questo particolare non sembra, però, condizionare Archibald Tuttle, eroe della resistenza sovversiva in quanto tecnico del riscaldamento desideroso di esercitare la propria missione nella totale indipendenza, dunque ricercato in quanto “libero professionista sovversivo”. Intrufolatosi in casa di Sam Lowry per riparare le condutture della sua abitazione, alla domanda “non sarebbe più semplice per lei lavorare per la Central Services?” Tuttle risponderà: “Troppo monotono, non potrei sopportarlo… Odio la burocrazia, i pezzi di carta…”
Chiaramente ispirato all’opera di Orwell, come “1984” Brazil si colloca nel filone dell’opera distopica ma, mentre nel romanzo di Orwell il regime del Socing ha il volto del Grande Fratello che, presente ovunque, controlla gli stessi pensieri del cittadino, inibendo i desideri prima ancora che nascano (lo psicoreato diviene tale nello stesso momento in cui esso è anche solo concepito con il pensiero), in Brazil il regime totalitario è rappresentato da una struttura altamente gerarchizzata dove chi ne ha la possibilità lotta per stringere una maggior fetta di potere. I desideri nell’opera di Gilliam non vengono frenati ma sofisticatamente indirizzati, inducendo gli individui a stare a quelle regole del gioco per entrare a far parte di un ingranaggio che, in cambio di un potere meschino, ingessa gli animi, inaridisce lo spirito e rende il disumano ordinario, normale, digeribile alla ragione, annichilendone la morale. Un meccanismo terribile, metaforicamente rappresentato dall’intricato sistema di tubi che rende possibile il vivere quotidiano, comprensibile nel suo ingranaggio solo ai tecnici della Central Services, evidentemente consapevoli e forti del proprio potere. Ma l’ingranaggio mostruoso è quello stesso della burocrazia, attraverso la quale è necessario inerpicarsi per ogni richiesta, anche relativa al più elementare diritto. Sfuggono agli schemi di questa società paranoica, come avulsi dalla realtà che li circonda, il protagonista della storia, Sam Lowry, e la donna da lui amata, Jill Layton. Il comportamento di Sam non subisce deviazioni in seguito ai continui segnali, che gli provengono dalla società, su come impostare la propria vita, perché i suoi sogni lo aiutano a sublimare la propria essenza umana. Il sogno libera Sam dalle catene della realtà che lo circonda, ma la sua è una libertà fittizia che non potrà mai concretizzarsi in una felicità reale. In questo senso, confrontato con il personaggio di Sam, molto più rivoluzionario risulta essere il personaggio di Jill Layton. La ragazza è dotata di un’umanità tale da essere portata ad agire con estrema naturalezza secondo quanto ritiene giusto, anzi normale, pur scontrandosi di continuo con la realtà con la quale è costretta ad interfacciarsi. L’intelligente pragmatismo della ragazza, che pure opera in antitesi con il sistema burocratico rifiutato da Sam, la pone in una posizione di contrasto con l’uomo: Sam, nel momento in cui è chiamato ad uscire dal suo mondo fantastico, non riesce ad inquadrare con obiettività le situazioni che si trova a gestire e, pur essendo innamorato di Jill, sperando di aiutarla, finirà invece con l’aggravare la sua situazione.
Il più geniale film distopico di tutti i tempi non poteva che essere straordinariamente interpretato dagli attori del cast, a partire dal meraviglioso Jonathan Pryce, nei panni dell’ingenuo e romantico Sam Lowry, per arrivare al tocco di classe rappresentato da Robert De Niro nel ruolo dell’ingegnoso personaggio Archibald Tuttle. Bravissimi anche Katherine Helmond, la terribile Signora Lowry, e Peter Vaughan, che interpreta il suadente Sig. Helpmann. Nonostante la dolcezza del viso e la genuinità del sorriso di Kim Grest, con estrema difficoltà Gilliam accettò di affidare il ruolo di Jill all’attrice, imposta dai produttori, con i quali il rapporto del regista non fu decisamente dei migliori. Sid Sheinberg, responsabile della Universal, contestò a Gilliam la critica verso un sistema alienante (essenza stessa del film) ed il finale drammatico, proponendo una versione rimaneggiata della pellicola. Il regista minacciò di disconoscere il lavoro e riuscì ad impedire che fosse distribuita tale versione ma, negli Stati Uniti, per molto tempo, è circolata una copia in cui il destino di Jill non viene rivelato.
(Canada, Gran Bretagna, 2005) di Terry Gilliam, con Jeff Bridges, Jodelle Ferland, Janet McTeer, Brendan Fletcher, Jennifer Tilly
"A molti di voi non piacerà questo film e a molti di voi, per fortuna, piacerà": Terry Gilliam doveva essere consapevole che il suo film sarebbe stato tanto amato quanto odiato dalla critica. In effetti solo la genialità di questo visionario regista poteva arrivare al compimento di un lavoro così sottile,intenso e, sicuramente, fastidioso.Perché possa essere apprezzato, il film ha bisogno che seguiate il consiglio del regista: "va guardato con gli occhi di un bambino... Vi suggerisco di dimenticare tutto quello che avete imparato da adulti, le cose che limitano le vostre visioni sul mondo... Provate a scoprire cosa vuol dire essere un bambino, con la sua capacità di stupirsi e la sua innocenza e non dimenticate di ridere. Ricordate che i bambini sono forti, svegli, destinati a sopravvivere; quando li fai cadere tendono a rialzarsi". Solo così sarete pronti per assistere al racconto di questa storia magica, misteriosa e sorprendente, popolata da personaggi curiosi ed affascinanti. Vi verranno incontro la suggestiva colonna sonora di Mychael e Jeff Danna e lo straordinario lavoro di una infallibile macchina da presa, che riprende tutto da una prospettiva soprannaturale, che potrebbe essere quella di un folletto, che inquadra la realtà dal basso della sua statura, da un filo d'erba o da uno stelo di granturco o, a distanza, nascosto sul ripiano di un mobile.
(Italia 1971) di Pier Paolo Pasolini con Franco Citti, Ninetto Davoli, Angela Luce, Pier Paolo Pasolini.
Nel 1970,Pasolini comincia a lavorare ad un'idea ambiziosa e di ampio respiro, che riesca a fondere la rilettura dei capisaldi della novellistica occidentale ed orientale (Decameron, Canterbury Tales e Le mille e una notte) con il suo bisogno di realizzare un'opera cinematografica in tre momenti che sia tripudio gioioso, espressione di una sensualità e di una sessualità, libere e liberate,che inneggiano all'entusiasmo dell'essere in tutte le sue manifestazioni.
(Usa 2009) di Ricky Gervais e Matthew Robinson con Ricky Gervais, Jennifer Garner, Rob Lowe, Jonah Hill, Tina Fey
Dopo Ghost Town prosegue il cammino di Ricky Gervais sulle tracce di Frank Capra (o di René Clair se preferite). Uno spunto geniale nella sua banalità: l'umanità non sa mentire, non può fare a meno di dire la verità, con effetti esilaranti (lei accoglie lui all'appuntamento combinato con una goffamente esplicita ammissione "Scusa, mi stavo masturbando"; la pubblicità non può essere ingannevole ed infatti lo spot della Coca Cola, pur invitando a comprarla, avverte che è all'origine dell'obesità infantile nordamericana; i film in quanto rappresentazioni false non esistono e le uniche pellicole che si possano immaginare in siffatto mondo sono registrazioni di lettori compassati che enunciano indiscutibili fatti storici). Peccato che lo spunto resti tale ed i due sceneggiatori/registi (Gervais anche interprete) non si spingano oltre e non colgano l'occasione per un'evoluzione maggiormente caustica dell'intreccio (che l'improvvisa fama di novello messia del protagonista faceva presagire). Il protagonista è uno dei tanti Mr.Smith o John Doe, un eroe positivo, che anche mentendo (in un mondo in cui nessuno lo fa) preserva il rispetto per i deboli (il collega con manie suicide) o per l'amore (che va conquistato schiettamente).
(Usa 2002) di Lucky McKee con Angela Bettis, Jeremy Sisto, Anna Faris
In fondo il mostro di Frankenstein voleva solo essere amato. Ed il dottore gli creò la moglie, ma ella lo rifiutò. In fondo May vuole solo essere amata. E, dato che l'unico dottore che lei conosca è un veterinario, si arrangia come può, fa da sola e si costruisce l'uomo perfetto. Anzi, letteralmente "ricuce" i rapporti compromessi con le persone che da lei e dalle sue "bizzarrìe" son fuggiti. E lui, inopinatamente, prende vita e la accarezza. Lucky McKee, alla sua prima prova registica da solo (il primo lavoro, codiretto con Chris Sivertson, è All Cheerleaders Die), mostra di saper manipolare l'abusata materia (horror) per imbastire una fiaba sulla solitudine e la conquista dell'amore. E, visto che di favola si tratta, a dispetto delle efferatezze, vissero felici e contenti.
(Svezia, Danimarca, 1998) di Lukas Moodysson, con Rebecca Liljeberg,
Alexandra Dahlstrom, Mathias Rust, Erica Carlson, Stefan Horberg,
Josefin Nyberg
Agnes: "La mia lista segreta:
Non voglio festeggiare il compleanno
Che Elin mi veda
Che Elin si innamori di me
JAG ÄLJKAR ELIN!!!!!!
(IO AMO ELIN)".
Dopo le prime inquadrature del viso di questa ragazza stupenda, appena
adolescente, che danno inizio alla pellicola, partono le primissime note
di Drifter (dei Yvonne), che non sono ancora l'inizio di un
motivo, ma sembrano essere una forma di "punteggiatura sonora", volta a
sottolineare la semplicità con cui è possibile guardare ai propri
sentimenti, quando si è perfettamente consapevoli di essere se stessi e
di non desiderare nel modo più assoluto di essere diversi.
(Usa 2009) di Jamin Winans con Chris Kelly, Quinn Hunchar, Jessica Duffy
Per poter godere a pieno di un film come Ink c'è bisogno di tempo. Il tempo necessario ad ambientarsi in un mondo particolare sia diegeticamente (si racconta di una sorta di dimensione parallela in cui si combattono gli Stoytellers, portatori di sogni buoni, e gli Incubus, un nome che la dice tutta) che extradiegeticamente (uso del digitale povero in produzione e postproduzione, makeup - Ink ha un nasone palesemente posticcio, Jacob due pezzi di nastro isolante nero sugli occhi - da filodrammatica). E questo tempo, in realtà, si può anche quantificare: ci vogliono 40 minuti buoni, superati i quali il film di diventa un piacere per occhi (l'incidente al protagonista scandito dall'1...2...3...4 sciamanico del cieco Jacob; lo scontro finale nei corridoi dell'ospedale tra gli Incubus e gli Storytellers) e cuore (il ricongiungimento padre/figlia). Privo di distribuzione nelle sale (eccetto qualcuna del circuito indipendente), ma circolato grazie ad un investimento del regista stesso in Blu-Ray e DVD in vendita online sul sito della sua compagnia: la Double Edge Films.
(Usa 2004) di Shane Carruth con Shane Carruth, David Sullivan
Primer è stato girato a Dallas con soli 7000 dollari. Nel 2004 vinse il Gran Premio Speciale della Giuria al Sundance. Affascina, ma ottunde. Non si capisce davvero niente e non si viene a capo dei viaggi del tempo dei due protagonisti né delle loro conseguenze neanche se se ne legge il resoconto preciso su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Primer_(film)). Da 6 anni non si sente più parlare di Shane Carruth. Chissà in quale universo parallelo continua a fare il regista...
(Giappone, 2002) di Takeshi Kitano, con Miho Kanno, Hidetoshi Nishijima, Tatsuya Mihashi, Chieko Matsubara, Kyôko Fukada, Tsutomu Takeshige.
Disperato e sublime…
…Come pensare che se non puoi più tornare indietro da me, perché quello che ho fatto non può essere cancellato ed è la mia afflizione, allora io verrò da te, laddove nessuno può più raggiungerti, per riscattare il senso della nostra vita perduta, anche se solo in un ultimo attimo di abbandono…
Doloroso e liberatorio…
…Come la consapevolezza profonda di non desiderare di vedere più nulla al mondo se è te che non posso guardare… Perché quando sarò con te non avrò bisogno dei miei occhi per ritrovare me stesso…
Atroce e rassicurante…
…Come l’attesa che mi consuma giorno dopo giorno, mi consuma ma mi sostiene, perché so che prima o poi tornerai…
…L’incontro con Dolls sarà, nell’animo di chi non ha paura di soffrire, un percorso dolente che al suo termine porterà alla ragione della propria essenza.
Un’emozione può essere struggente e nel contempo esperienza straordinaria. Per sentire una parte di sé è necessario che essa ci dolga, allora ci accorgiamo di lei e di quanto sia importante per noi… Così esercitare i propri sentimenti, anche quelli che ci fanno star male, fa sì che la parte di noi stessi più intima, più vera, nascosta nel cuore si imponga per quello che è, priva di difese… Integra e perfetta.