Ventesima Edizione del Festival International de Films de Fribourg (testo e foto di Bettina Wohlfender) Svizzera. Friburgo. Boulevard de Pérolles. Quasi un gioco dada, diresti, quello della pubblicità per strada della Ventesima Edizione del Festival International de Films de Fribourg dove, ai piedi di ogni affiche con al centro un fulgido ventilatore d’antan, ti trovi una sedia rossa, affascinante antinomia, di certo, che mette insieme, come il più scaltro dei Duchamp, il vortice turbinoso del vento con la placida postura a cui ti invita lo scranno scarlatto. Ventilatori. Che promettono folate d’idee fresche o almeno un attimo di refrigerio dalle secche arse di troppo cinema contemporaneo e che, intanto, invitandoti ad accomodare, ti attirano, ti avvolgono, ti turbano, fino a trascinarti via nel vento, con mille raffiche. Raffiche, soprattutto, dal Brasile, dall’Iran, e dai paesi asiatici e che dal 12 al 19 marzo 2006 hanno portato nel cuore di Friburgo frammenti da altri mondi cinematografici.
La selezione del festival ha preso in considerazione sia documentari sia fiction: due le vetrine, con film in concorso e fuori concorso, spazio, questo, che ha presentato un’ampia panoramica sulle produzioni digitali filippine e sul cinema iraniano di guerra, oltre che dedicare un omaggio a Helena Ignez, attrice ribelle del cinema nuovo brasiliano. Cosa sarebbe il mondo se non ci fosse il vento? Questo il pensiero conduttore nel film indiano Kantatar di Bappaditya Bandopadhyay. Un metereologo, alla frontiera fra l’India e il Bangladesh, misura con un palloncino la forza del vento. Un giorno si innammora di una giovane immigrata illegale che, come una raffica, passa da un nome ad un altro, da una religione ad un’altra, da un uomo ad un altro, alla ricerca della sua identità, del suo posto al interno della società. Una volta ripartita, resta soltanto un suo vestito appeso che gira vorticosamente in aria… E’ poi la volta di un’altra donna, Dunia, nell’omonimo film della regista libanese Jocelyne Saab che dopo aver finito gli studi di letteratura al Cairo, vuole diventare ballerina come sua madre morta. Combattuta tra i suoi ideali e i suoi sogni e i valori tradizionali della sua cultura, tra il ballo liberatorio e i conflitti intergenerazionali (soprattutto riguardo all’infibulazione), Dunia insegue il cammino tortuoso dello sviluppo della sua personalità. E sulle difficoltà della comunicazione interpersonale si muove anche il racconto Be with me, pellicola di Singapore dove tre generazioni, tre relazioni e tre modi di diversi viverle, sono collegati fra di loro attraverso il personaggio sordocieco Theresa Chan. Con inquadrature semplici e silenziose, Eric Khoo riesce ad unire in un stile fine soggetto e codici visivi al fine d’illustrare le difficoltà di comunicare, di esprimersi e di essere compresi, malgrado tutti i mezzi della tecnologia moderna in cui comunicare veramente è una pratica difficile e pericolosa come incontrarsi su un ponte sottile e fragile che in ogni momento può crollare sotto i piedi, giù nel fiume della disperazione, sotto il peso dell’incapacità di portare un messaggio, un semplice messaggio, da uno ad un altro… Movimento, libertà, passaggio - forme metaforiche di vento, fili rossi di storie presentate nelle sale nere di Friburgo. Codici radicati nella memoria collettiva di altri continenti e contesti che ogni tanto, nel buio, si sono trasformati in confusione e punti interrogativi; ma forse anche in inizi di curiosità e di avvicinamento allo sconosciuto; inizi di partenze - e non soltanto fisicamente - per il cammino verso l’altro. Ignorando qualsiasi frontiera, l’epoca della globalizzazione, a volte, dovrebbe imitare il vento, perché se è vero che la mondializzazione crea l’illusione di un mondo virtualmente più unito, frutto di costanti meccanismi di adattamento e di omologazione, è pur vero che ogni giorno, invece, tira su steccati insormontabili, muri nuovi, esclusioni e paure, divergenze e insicurezze infinite. Per questo, dovremmo permettere che il vento, almeno qualche volta, fischi libero attraverso le fessure di questi muri nuovi e fare in modo che quelle spire sottili diventino i punti di scambio e i nodi leggeri con cui costruire solidi ponti dove potersi incontrare. Un posto dove, alle raffiche docili della brezza, finalmente poter incontrare l’altro. Perché, in fondo, cosa sarebbe il mondo se non ci fosse il vento?
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