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Come la scatola nera del volo United 93, la macchina da presa di Paul Greengrass rivela brandelli di verità parziali, mette a fuoco i limiti del principio di equidistanza dello sguardo autoriale alla ricerca di una simmetria etica, lasciando irrisolta l'ambivalenza tra la pretesa oggettività della ricostruzione e i limiti dell'interpretazione personale degli eventi, tra natura documentarisante e fictivisante del cinema per usare la distinzione proposta in sede teorica da Roger Odin.
Il regista inglese decide di mettere in quarantena i sintomi dello scontro di civiltà profetizzato Samuel Huntington in quel articolo apparso su Foreign Affairs nel 1993, congelando nella prima ora del film le attese dello spettatore che ha il privilegio di osservare il dirottamento dei velivoli dagli schermi di monitoraggio dello spazio di volo dove gli aerei che stanno per abbattersi su Washington e le torri gemelle vengono ridotti a meri segnali luminosi; e ancora, la scelta coraggiosa di disseminare pochi indizi sulla catastrofe imminente tra le ultime preghiere matuttine dei terroristi consumate in una stanza d'albergo nella sequenza iniziale, e la routine delle procedure d'imbarco dei 41 passeggeri (compresi i 4 dirottatori) del volo fatale.
Abbiamo detto di spazi chiusi solo apparentemente protettivi, rassicuranti quanto un bunker sotterraneo durante un bombardamento a tappeto nella guerra di turno. Resta un'angoscia latente in questi luoghi che accumulano staticamente tensione prima dell'escalation finale che riaffiora lentamente sottopelle e che si manifesta filmicamente nella soggettiva che scorre lungo un corridoio di passaggio dello United 93, presenza minacciosa nello sguardo occidentale come uno squalo spielberghiano che si avvicina lentamente alla preda della cabina di volo in attesa di prendere il controllo del cockpit per andare incontro alla morte.
Tornano sotto mentite spoglie quelle riprese traballanti in soggettiva che hanno seguito la marcia pacifica dei manifestanti di Derry in Bloody Sunday (2002) ma questa volta la macchina da presa deve arrendersi di fronte al limite fisico delle pareti pressurizzate dell'aereo che amplificano quel senso di claustrofobia impotente. L'impotenza disperata dei passeggeri è anche l'incertezza dei dirottatori urlanti che cercano di gestire il panico del personale di bordo e delle altre vittime accucciate al proprio posto in contatto telefonico con i propri parenti.
Il volo United 93 non si è ancora schiantato al suolo quando la telecamera ci mostra attraverso l'opacità dei vetri della torre di controllo newyorkese i primi due Boeing che virano contro le Twin Towers. Quelle immagini mandate incessantemente in loop da tutti i telegiornali del mondo appartengono ad uno futuro imminente e alla retorica inquinata post 11 settembre. Siamo nel campo del pre-immaginario collettivo, l'evento appartiene al presente filmico manca ancora la consapevolezza della tragedia, ma restiamo pietrificati insieme ai passeggeri e ai dirottatori come nell'istante raggelato in cui si vede quello che c'è sulla punta della forchetta nel Naked Lunch di William Burroughs.
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