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Un'ottima annata

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Scritto da Attilio Palmieri   
Monday 18 December 2006

un'ottima annata Di Ridley Scott con Russel Crowe, Marion Cotilliard, Albert Finney e Abbie Cornish


Crescere in una campagna isolata e incontaminata sentendola stretta o trasferirsi in città diventando qualcuno, realizzarsi nel mondo del lavoro, conoscere il danaro, il suo valore, il suo potere, i suoi ricatti. Essere un pezzo grosso in un mondo asfissiante, claustrofobico, che ti stritola appena può, dove si ha tutto ma non si ha nulla, o vivere privato da tutto ciò, nel bene e nel male, adattandosi all'assenza di privilegi e cercando di trovare la felicità nelle piccole cose. Queste scelte richiedono una scelta personale antecedente, bisogna stabilire delle priorità, concetti che modellano le nostre decisioni e la nostra vita in ogni momento. È questo uno dei diversi temi che possiede (?) ed aspira ad approfondire l'ultimo film di Ridley Scott.

 Il verbo appropriato è proprio aspirare infatti nella pellicola si parla di priorità, del concetto di maschera che cela il vero animo dell'individuo, che manifesta, per ovvio timore, bassa autostima e sfiducia in se stesso, tutto l'opposto di ciò che si è realmente. Si discute sulla memoria e sulla sua valenza, una memoria mostrata registicamente in modo alterno: qualche volta, il protagonista osserva degli oggetti che gli ricordano eventi passati e in modo perentorio viene raccordato un flashback, altre volte, quando lo spettatore è già a conoscenza di ciò che sta guardando il protagonista e con quale stato d'animo lo fa, la regia si sofferma semplicemente sull'oggetto (una fotografia o un libro) lasciando completa libertà all'immaginazione. Entrambe le soluzioni sono godibili e rendono fluida la narrazione a differenza del terzo escamotage reso attraverso una serie di effetti speciali costituita da sovrimpressioni, accelerazioni, abusi di jump-cut, dissolvenze confuse e fuori luogo: un modo di girare decisamente proprio del fratello di Ridley Scott, Tony, molto meno poetico ma più arzigogolato, in cui si sente la sola mancanza di una rock-band per far divenire il prodotto un ottimo videoclip.

Max (Russell Crowe) è cresciuto nella campagna provenzale  con la sola figura guida dello zio (Albert Finney), proprietario di una grande e meravigliosa tenuta. Fin da piccolo dà prova del suo talento naturale per i calcoli matematici e la sua predisposizione per le questioni scientifiche. Lo ritroviamo anni dopo nella Londra ricca e frenetica della City, dove il danaro la fa da padrone, anche sulle singole vite, il ragazzino è diventato un uomo d'affari di primissimo livello, ma il suo carattere ha subito forti ripercussioni: il suo cinismo è cresciuto in maniera inversamente proporzionale alla sua sensibilità.
Lo status quo è sconvolto dalla morte dello zio di Max, che ora dovrà affrontare della responsabilità inaspettate in una realtà che da anni non gli appartiene più. L'incontro con Fanny Chenal (Marion Cotillard) cambierà il suo modo di ragionare e di vedere la vita.

L'opera è in sostanza una commedia abbastanza leggera che basa l'intera sua narrazione sul confronto città-campagna, quello tra l'affannoso quartiere della City di Londra e la quieta realtà campestre provenzale, un confronto che si trasforma in una vera e propria guerra patriottica a colpi di battute tra Francia ed Inghilterra, francesi ed inglesi. Questo è il momento più felice del film perché viene rispettato e onorato il genere della commedia scaricando l'opera da qui temi inadeguati che fungevano da zavorra impregnandolo di un umorismo non tanto originale ma a tratti esilarante. Allora si dibatte sul vino francese e sul whiskey inglese, sul tennis, e sul cibo. Gli inglesi vengono dipinti come pragmatici, insensibili, cinici, pedanti, divoratori di fish & chips e Mc Donald's, i francesi di contro, passionali, artisti, romantici, amanti della natura e della piccole cose, del vino e della musica. C'è da dire però che il paragone per quanto sia divertente e gustoso, non è corretto in quanto si mostra una realtà falsata paragonando la metropoli alla campagna, sarebbe stato (quasi) lo stesso se il confronto fosse avvenuto tra la metropoli parigina e la campagna inglese. Si finisce anche per scadere in insopportabili luoghi comuni triti e ritriti come lo zio solitario e donnaiolo e la riscoperta dai piaceri della vita da parte degli uomini in carriera.
Il film vive di luci ed ombre, di momenti belli e di altri meno belli, e nel novero di questi ultimi è da inserire il ricongiungimento che avviene nella parte finale, infinitamente insopportabile, troppo mieloso e sdolcinato che crea un clima da melassa inguardabile e soprattutto inascoltabile.

 C'è anche chi si è permesso di criticare l'interpretazione di Russell Crowe (senza il quale il film potrebbe anche non esistere) definendola eccessiva , disimpegnata e sregolata, ma in realtà l'attore australiano è bravissimo a tenere in piedi l'intero film, offrendo una prestazione monopolizzante e a volte un po' sopra le righe, ma che si adatta bene ai toni dell'opera. La colonna sonora è a tratti orecchiabile con della vecchie canzoni francesi, altre volte molto astuta come quando tra i brani si ascolta Moi...Lolita di Alizeè, canzone che si adatta discretamente ai ritmi e i toni del film, la fotografia è troppo patinata e ritoccata, evidentemente irreale, il montaggio è alcune volta gradevole e attinente agli standard della commedia, ma altre volte il regista si cimenta in un montaggio troppo serrato, inappropriato e inadeguato in cui si è sicuri che sia stato il fratello ad averlo ideato e realizzato viste le numerosissime somiglianze con film come Spy Game e Domino (quelle però erano pellicole d'azione, questa dovrebbe essere una commedia dai toni leggeri e disimpegnati).

Ridley Scott con quest'opera (tratta da un romanzo di un suo amico) ha presumibilmente voluto fare qualcosa di diverso, qualcosa di ibrido, tentando di realizzare una commedia dai toni pesanti, con messaggi e temi solo abbozzati che snaturano il film e fanno dimenticare quelle diverse scene che da bocciare non sono.

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