(USA-Romania 2007) di Francis Ford Coppola con Tim Roth, Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz.
Dopo dieci anni di sofferenze patite dai suoi fan, finalmente Francis Ford Coppola ritorna dietro la macchina da presa dopo un pausa che al tempo stesso era di riflessione e di sostegno. Riflessione su se stesso, sulla sua vita e sulla sua opera, come ci dimostra il film. Sostegno alla sua amatissima figlia Sofia e ai suoi film che infatti possiedono qualità insolite per un'esordiente così giovane, ma questo ben venga, ce ne fossero di "sostenitori" come lui. Il creatore del Padrino torna con un opera importante e innovativa, autoprodotta ma non per questo a basso budget (come ha affermato egli stesso alla conferenza stampa alla Festa del cinema di Roma in occasione della presentazione del film); lo fa adattando l'opera omonima molto complessa di un autore altrettanto complesso, Mircea Eliade, scrittore, fenomenologo delle religioni, storico, filosofo, esperto inoltre di filosofie orientali e sciamanesimo. Un'altra giovinezza, dunque, nasce da radici sicuramente fertili, ma altrettanto spinose (soprattutto nel passaggio dal testo letterario a quello audiovisivo), lo spessore intellettuale dell'opera, però, è ineludibile.
Il romanzo di Eliade ha incuriosito e appassionato Coppola per molte ragioni, quella dell'immedesimazione in primis. Il regista vi ha rivisto se stesso, la sua vita e le sue emozioni, le sue paure, le sue angosce. Come egli stesso ha affermato, per dieci anni si è sentito svuotato, privo d'ispirazione, o meglio, privo di quel tocco in grado di porre la ciliegina sulla torta, quel quid capace di portare a termine un progetto intellettuale.
E il film in questo senso enuncia in modo esplicito le sue sensazioni: il protagonista (uno straordinario, quanto sottovalutato Tim Roth) è un intellettuale in continua ricerca, verso il completamento di un progetto intrinsecamente interminabile. La ricerca di Dominic Matei è incessante, sempre più ossessiva e progressivamente più velleitaria e dispendiosa; tenta di superare un fallimento che è nell'aria, in tutti i modi, cercando e ricercando qualcosa di introvabile entrando così in un circolo di psicosi paranoiche altamente autodistruttive. Dominic però crede che l'unico suo ostacolo sia il tempo, che le sue ricerche portino sicuramente alla verità ma necessitino di una "vita in più", la vita che Coppola gli "dona" per dimostrargli pedagogicamente che i risultati dei suoi studi non dipendono dalle opportunità, dai tentativi e quindi dal tempo a disposizione.
Il tempo si pone quindi come tema cardine del film, fin dall' incipit (il ticchettio sonoro di un orologio e la sovrimpressione delle lancette) capiamo subito che esso ha un significato sostanziale in quest'opera, sia come entità assoluta su cui si cerca e si ricerca, si studia e si analizza, sia visto in relazione all'essere umano. Il tempo ha un valore particolare in primo luogo per il regista, che, ormai quasi settantenne, si trova a ragionare sulla sua esistenza e sull' incessante fluire di quest'ultima; in secondo luogo il tempo ha un valore discriminante anche in ambito artistico ed in particolare nel film vi è uno studio sullo stesso ma anche sul variare del linguaggio e delle forme d'espressione al variare del tempo. Sempre su questi stessi binari Coppola dimostra di allontanarsi da un'idea di cinema tipicamente hollywoodiana per abbracciarne una europea, infatti il film, pur nella sua autorialità, guarda molto ad autori del vecchio continente, ed in particolare il ragionamento che il protagonista fa sul tempo e sulla memoria - grazie anche ad alcuni flashback - ricorda molto da vicino Il posto delle fragole di Ingmar Bergman.
Nel ragionare sul tempo, sulla memoria e sulla coscienza Coppola rende le cose ancora più complesse utilizzando l'espediente fantascientifico (il protagonista ormai anziano viene colpito da un fulmine che invece di carbonizzarlo lo rende di quarant'anni più giovane donandogli anche delle accentuate qualità di lettura e riflessione e generando così in lui una doppia personalità), per inserirvi, collegandolo con quello della coscienza, il tema della doppia personalità. Vi è così un'analisi estremamente appassionata delle sfaccettature della mente umana, della parte razionale in opposizione a quella sentimentale, di quella pragmatica contro quella idealista. Essendo Coppola un vate del cinema e del linguaggio cinematografico sa bene che forma e sostanza vanno e devono andare "a braccetto", ed in quest'opera dimostra una volta di più la sua magistrale tecnica scegliendo di inquadrare il "doppio" di Dominic in modo sghembo, storto, distorto, sottolineando l'essenza altra dell'oggetto rappresentato. Ma fa di più. Usa lo stratagemma dello specchio per riportare il protagonista alla realtà, per ricordargli che ciò che vede si distacca in modo netto da sè stesso ma è comunque parte integrante di una stessa unità. Lo specchio serve al regista per andare oltre il cinema, operando degli sguardi in macchina che interrogano lo spettatore, uno spettatore spesso distratto e abulico, a cui Coppola con il suo sguardo chiede impegno e riflessione.
L'escamotage soprannaturale serve all'autore per enunciare una dicotomia tra la trasformazione naturale e quella artificiale. Qui entra in gioco anche la dimensione storica del film in quanto successivamente alla trasformazione di Dominic la Germania nazista è profondamente attratta dalla possibilità di poter simulare l'evento in modo artificiale, di imitare la natura vestendosi da selezionatrice naturale. Il giudizio di Coppola è anche di merito, l'associazione al nazismo non è certo un complimento. Questa vicenda serve anche per parlare di meta-cinema e in generale di arte e della sua libertà, in particolare il nazista Dr Rudolf che chiede al protagonista di "unire le forze" rappresenta la corruzione dell'arte e Dominic, che rifiuta categoricamente, il rigetto di quest'ultima in favore dell'arte libera e pura.
Il film si divide in una prima parte in cui vi è presentato il personaggio principale, mostrata la sua condizione, rappresentato l'incidente e descritto il cammino di Dominic verso una totale consapevolezza della sua "nuova esistenza". Una parte centrale in cui tutte le ossessioni di Dominic vanno progressivamente degenerando in psicosi distruttive e autodistruttive le quali vengono chiaramente e volutamente derise dall'istanza narrante che a volte rappresenta il protagonista in modo buffo e ridicolo e proprio per questo triste. Una parte finale, infine, che regola un po' i conti del film, mette dei paletti mobili ma sostanziali: mobili perché il film non dà certezze né dogmi; sostanziali perché esprime dei giudizi su temi fondamentali di cui si era occupato per tutta la durata dell'opera.
In particolare per quanto riguarda il tempo ed il concetto filosofico della "seconda opportunità" Coppola non è così ottimista, egli si configura in un eterno ritorno nietzscheano in cui l'uomo pur avendo una seconda chance tende a fare sempre gli stessi errori. Altro discorso è il rapporto tra riuscita artistica e vita privata: il regista è contrario alla posizione del protagonista secondo cui la riuscita artistica passa per la rinuncia alla vita privata, ma, al contrario, sembra sostenere che solo attraverso una vita privata serena si possa arrivare ad un successo artistico.
Un film che - come lo ha definito anche il suo autore - sembra un'opera prima, includendone i pregi ed i difetti del caso. Ma se Il padrino era il lavoro più personale di Francis Ford Coppola (per ovvi motivi biografici), e Apocalypse Now quello più filosofico, Youth Without Youth (questo titolo originale del film) è sicuramente quello più intimo.
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