(Canada/Gran Bretagna 2005) di Terry Gilliam con Jodelle Ferland, Jeff Bridges, Brendan Fletcher e Janet McTeer.
È uno strano caso quello di Tideland. Fino ad un mese fa se si domandava in giro qualcosa sul suo conto si aveva come risposta un secco "chi?". Nel resto d'Europa, ed anche negli Stati Uniti ed in Canada, intanto il film era già uscito da tempo, in alcuni casi molto tempo, tanto che in diversi paese, come ad esempio il Regno Unito, era già in commercio il dvd, da molti acquistato, lo scriba incluso. Il film risale al 2005, girato poco prima de I fratelli Grimm e l'incantevole strega, flop commerciale e non solo, ma questa è un'altra storia. Flop che non è stato Tideland, anzi, almeno all'estero è stato un successo di pubblico e critica (negli U.S.A. un po' meno, ma c'era da aspettarselo). In Italia il film è stato parcheggiato per ben due anni, fermo sotto la voce "film d'autore indigesto", oppure "sicuro naufragio economico". Purtroppo, viviamo in un paese dove, più che in altri, il cinema è ben lungi dall'essere considerato arte, in particolare per produttori e distributori. Se ora possiamo apprezzare l'opera di uno dei più visionari, indipendenti, liberi, fantasiosi, e originali autori del cinema contemporaneo - e oserei dire del cinema tout court - è solo grazie a Officine UBU e più precisamente a Franco Zuliani, il solo ad aver creduto davvero in questa pellicola. È stato reso noto che del film girano venticinque copie (no comment, Spiderman 3 ha avuto seicento copie) ma dubito che ci siano davvero, sicuramente sono mal distribuite.
Il genio di Terry Gilliam è ormai di dominio pubblico, lo è anche (dovrebbe esserlo) il fatto che il suo genio è molto particolare, anomalo ma anche ordinario, incostante e amalgamante, ma soprattutto, inequivocabilmente a-sistematico. A riprova di ciò vi è un altro dato: la scala di qualità dei suoi film è strettamente collegata al rapporto costrizione/libertà che il regista ha durante la lavorazione degli stessi. Non a caso tra i film migliori c'è Brazil (opera la cui gestione è stata in pieno controllo del regista) e tra i peggiori I fratelli Grimm e l'incantevole strega (mero film su commissione). Tideland fortunatamente per noi (forse non tanto per lui, anche a giudicare dal numero di persone che c'erano in sala) fa parte del primo gruppo, e si vede. Ma non solo, si sente, spesso si annusa, si tocca, si vuole toccare, si crede di toccare. Il film vive inevitabilmente e fortunatamente immerso nelle marche autoriali del nostro regista, sia dal punto di vista strettamente tecnico, che da quello narrativo. Ma questa volta la magia, il sogno, la visione, trovano determinazione e concretizzazione nell'opera e nelle sue tematiche che, partendo dall'analisi (sempre in pieno stile "gilliamesque"), molto personale, di una difficile situazione familiare, ampia e sfaccettata ma pur sempre ben localizzata, acquistano, come per merito di una forza centrifuga inestinguibile, un respiro sempre più ampio.
La storia è quella della piccola Jeliza Rose (Jodelle Ferland), dolce bimba di nove anni, che vive in condizione quasi servile con due genitori tossicodipendenti. La bambina è abituata a preparare le dosi di eroina, fare i massaggi ai piedi alla madre e a soddisfare qualsiasi bisogno richiestole. Dopo la morte della madre per overdose Jeliza ed il padre (Jeff Bridges da antologia) intraprendono un viaggio fatto di litigi, incomprensioni e figuracce verso la vecchia casa in campagna dove la giovane protagonista sarà immersa nella solitudine, che aumenterà inesorabilmente dopo la morte del padre, ma che affronterà a viso aperto grazie alla sua innocente fantasia.
Nel film vengono affrontate una serie di tematiche da sempre care al regista (innocenza perduta, la fantasia salvifica, il sistema che opprime l'individuo, il sogno come rifugio), le quali sono disposte in modo concentrico e si dipanano con il districarsi della storia. Partendo dalla storia di Jeliza, Gilliam analizza l'amato mondo dei bambini che a suo avviso "sono molto più forti di quanto pensiamo e di quanto ci vogliono fare pensare", un mondo caratterizzato da un doppio punto di vista quello della paura e quello dell'incoscienza che spinge all'avventura. In proposito è emblematica la scena in cui Jeliza, appena trasferitasi nella nuova casa facendo un simpatico gioco con lo specchio interpreta sia una persona quasi sopraffatta sia un salvatore pronto ad aiutarla. Un mondo dei fanciulli rappresentato al meglio da Gilliam (forse il regista più "bambino" di tutti) grazie ad inquadrature dal basso che mostrano una realtà completamente diversa, più magica e misteriosa, e un gioco di colori visivamente impressionante: quando la bambina è a contatto con i genitori è mostrata in interni dai colori scuri e morti, quando è sola in mezzo a grandi distese di campi di grano e può sprigionare così tutta la sua vitalità è fotografata con colori accesi in modo spiccatamente impressionistico dal fidato Nicola Pecorini.
Il regista di Paura e delirio a Las Vegas questa volta racconta la degenerazione della famiglia americana, per alcuni esagerando, per altri meno, ma sicuramente mostra un futuro possibile che in alcuni casi è un disastroso presente. La famiglia americana è in crisi, in generale si può dire che la famiglia è in crisi per mezzo di un mondo affannoso che non consente di realizzare i propri sogni e di adempiere al proprio dovere di genitori, mariti o mogli, ma solo di arrendersi o fuggirgli.
La critica di Terry Gilliam è severa, mascherata ma pungente, non inferiore a quella di Brazil, ma aggiornata al ventunesimo secolo. Nel suo film l'autore sembra dire "da Brazil ad oggi in vent'anni non è cambiato nulla", il sistema capitalistico competitivo e asfissiante uccide l'essere umano snaturandolo - tutti noi abbiamo ancora in testa e negli occhi De Niro spazzato via dai fogli di carta.
Il singolo individuo allora è solo una vittima del sistema, il quale ha solo una soluzione, l'evasione, che si manifesta attraverso due differenti comportamenti: l'autodistruzione, quella del padre distrutto dalla droga, ma prima ancora distrutto dal fallimento di un sogno amoroso; o il sogno, inteso come evasione personale, ideale e idealizzata, non per forza ad occhi chiusi ma sempre in un mondo alieno dalla crudele e triste realtà. In questo caso i due soli personaggi capaci di "sognare" sono Jeliza Rose e Dickens (Brandan Fletcher) entrambi per motivi differenti, diversi dagli altri, considerati dal mondo loro circostante inferiori, o apparentemente tali, l'una perché una semplice bambina, l'altro perché visibilmente handicappato - probabilmente perché sottoposto in passato ad una lobotomia. Loro però sono gli unici capaci di vedere un altro mondo anche tenendo costantemente le palpebre aperte, gli unici capaci di venirsi incontro e di condividere vicendevolmente emozioni e sensazioni, gli unici capaci di "nuotare mano nella mano in una immensa - come il mare - distesa di grano".
La figura della maschera ha un'importanza capitale nell'opera ed introduce uno dei personaggi principali, Dell (Janet McTeer), ex fiamma di Noah (padre di Jeliza), sogno perduto, come perduto è il suo spirito. Questa è presentata come una strega fin da subito mascherata, una travestimento terrificante dietro la quale si nasconde un volto ancor più tenebroso, logorato da una vita fatta di sconfitte e rinunce. Dell si pone in netta opposizione a Jeliza perché entrambe cercano un'autonoma evasione con la sostanziale differenza che la prima fa morire gli esseri viventi per poi imbalsamarli e renderli "immortali", mentre la seconda con la sua inesauribile fantasia dà vita ad esseri inanimati, come ad esempio le bambole, o meglio le teste delle sue bambole.
Con Tideland Terry Gilliam e la sua poetica fanno un deciso passo in avanti, uno scarto decisamente più ottimista e speranzoso. Questo si può vedere analizzando quella che forse è la più grande differenza tra questo film e Brazil: entrambi i protagonisti cercano un'evasione, una fuga, anche se involontaria, dalla realtà, solo che Sam Lowry lo fa sognando, in un mondo completamente "suo", Jeliza Rose invece lo fa ad occhi aperti, grazie solo alla sua fantasia e alla sua incoscienza, affrontando a tu per tu la realtà a lei circostante. Insomma un cambio di dimensione, la dimensione dell'evasione, una svolta decisamente ottimista.
Uno dei passaggi chiave del film è il sogno da sempre inseguito e rincorso da Dickens, che solo dopo molte promesse e giuramenti riesce a raccontare a Jeliza, ossia il desiderio che coltiva fin da bambino di "catturare lo squalo bianco" ossia di distruggere o far deragliare il treno che passa vicino alle loro case. Con la sua incoscienza, con la sua inconsapevolezza del mondo, con la sua ingenuità genuina Dickens capisce che quasi tutti i mali vengono da quel treno, facilmente riconducibile alla parte peggiore dell'essere umano, la più costruita, la più frenetica, la più affannosa, quella che impedisce all'uomo di essere davvero Uomo e di Vivere, ma gli consente solo di sopravvivere come un semplice automa. La denuncia di Dickens passa per la violenza, parla proprio di bomba che spazza via il male, ed è ben lontana da quella guerra come "igiene del mondo" che invocava farneticando il futurista Filippo Tommaso Marinetti, la sua è una voglia di andare verso la pace, ma non è consapevole del mezzo. Proprio per questo, Tideland risulta essere anche un film di formazione, di iniziazione, la storia di un passaggio dall'infanzia all'età adulta. Questo accade quando finalmente il progetto di Dickens va in porto, e noi lo vediamo dagli occhi della piccola protagonista, che a mano a mano prende coscienza della realtà, scopre la vera sofferenza e apre finalmente (e purtroppo) gli occhi.
|
Un'estate al MADRE
Comunque la prima sera c'era solo gente di spettacolo, ne...
Un'estate al MADRE
E' in streaming su neche.it, ma quel sito ti ammazza di v...
Un'estate al MADRE
Sapete dove posso vedere il documentario sulla danieli in...
Non è un paese per v...
I vecchi del titolo sono i portatori di valori antichi (l...
Paranoid Park
Gus Van Sant ha diverse anime. Quella commerciale (Will H...