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Tandem

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Scritto da Antonia La Torre   
Sunday 02 December 2007

di Patrice Leconte, 1987
con Gérard Jugnot, Jean Rochefort, Sylvie Granotier, Julie Jézéquel
Melanconico chiaroscuro di sensazioni appena abbozzate, lento e commovente come una poesia triste, questo film è il racconto di due solitudini, Mortez e Rivetot, che scelgono di farsi compagnia, di proteggersi in silenzio.

Servo e padrone, Hidalgo e scudiero, o più semplicemente un vecchio conduttore radiofonico e il suo tecnico-autista-tuttofare, i due percorrono la moderna Mancha della provincia francese dove i chisciotteschi greggi di pecore si trasformano in spaventosi cani rossi (e in biciclette lanciate dai cavalcavia!) e le pale di metaforici mulini disperdono nel vento un fastidioso senso di fallimento e abbandono.

Questa deliziosa favola metropolitana, di cui è difficile discernere il lieto fine, ci ricorda che sempre Don Chisciotte ha bisogno del suo Sancho che lo conduca per mano nella follia, che lo assecondi nell’inganno quotidiano edulcorando il dolore, che affili le sue armi e curi le sue ferite. E che Sancho ha bisogno del suo Chisciotte, che gli prometta un’evanescente isola su cui regnare (sia essa anche una bella auto da guidare o il timer vetusto di un quiz alla radio), che debba essere continuamente salvato e di continuo assecondato, che gli insegni a chiudere gli occhi alla vita per scorgere ombre e segreti e sentirsi invincibile.

L’atmosfera rarefatta che avvolge la storia è quella tipicamente lecontiana, (che si ritroverà in successivi capolavori come Il marito della parrucchiera e i più recenti L’uomo del treno e Confidenze troppo intime) costruita su una tavolozza di mezzi-toni emozionali, intrisa di una timida humanitas che a poco a poco si rivela.

Le azioni sono scarne, reiterate, cristallizzate in gesti e parole che mostrano amarezza e angoscia (come le telefonate alla donna amata che si rivelano tristi monologhi con la voce registrata dell’ora esatta) oppure che sussurrano l’imperituro desiderio di resistere alla caducità del reale.

Piccole gocce di surrealismo donano sorrisi leggerissimi e fugaci, forse troppo belli, forse troppo brevi.

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