(Spagna 2007) di Juan Antonio Bayona con Belen Rueda, Fernando Cayo, Roger Princep, Mabel Rivera, Geraldine Chaplin
7 Goya vinti in patria e candidato spagnolo all'Oscar, The Orphanage, ad esser sinceri, più che fenomeno è Phenomena. Il plot, infatti, è debitore del film d'Argento almeno quanto lo è di Poltergeist
(con Geraldine Chaplin medium al posto di Zelda Rubinstein), ma, visto il gran
parlare che se ne è fatto, un po' se ne esce delusi. Certo l'unhappy
end stringe il cuore, ma anche qui siamo nella convenzione più totale.
Sta di fatto che pellicole così in Italia non siam più capaci di farne.
(Usa/Gb 2008) di Marc Forster con Daniel Craig, Olga Kurylenko, Mathieu Amalric, Judi Dench
A 007 gli autori stanno stretti. I migliori registi della serie, non a
caso, sono solidi artigiani quali Terence Young e Martin Campbell. Il
nuovo corso segna a suo vantaggio diversi punti: maggior ruvidezza di
Bond (cui contribuisce l'ottimo Craig), struttura davvero seriale
(questo è un sequel sequel di Casino Royale)
e cattivi storicamente plausibili (Greene è uno speculatore che vuole
arricchirsi grazie all'accaparramento delle risorse idriche). Forster,
però, è impacciato nelle scene d'azione (a differenza di Greengrass in The Bourne Ultimatum) e quando si atteggia a Coppola (all'Opera).
(Usa 2005) di David Slade con Patrick Wilson, Ellen Page, Sandra Oh, Jennifer Holmes
Buono spunto. Una volta bruciato il colpo di scena (chi è la vittima e
chi il carnefice), però, lo sceneggiatore cerca meticolosamente di
"mametizzare", attraverso un eccesso di verbosità, ciò che c'è sotto:
pura exploitation. Non ci si faccia ingannare dalla tematica. La
pedofilia è il sugo piccante di un piatto sciapo che Slade, al suo
esordio dietro la m.d.p., condisce di spezie videoclippare che,
successivamente, utilizzerà (meglio, come meglio adopererà le sue doti
di scrittore Brian Nelson) in 30 giorni di buio.
(Gb 1973) di Robin Hardy con Edward Woodward, Britt Ekland, Christopher Lee, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Lindsay Kemp
Vedendo l'originale di Robin Hardy, si capisce ancor meglio quanto abbia "toppato" il remake un Neil Labute ormai in caduta libera (vedi anche il successivo La terrazza sul lago).
La dialettica monoteismo/paganesimo politeistico che contrappone il
rigido ufficiale Howie all'epicureo Lord Summerisle viene
rappresentata, per immagini, attraverso il costante raccordo di sguardo
tra il panico del protagonista e le paniche manifestazioni sessuali,
rituali, musicali (le canzoni sembrano scritte da un Benigni, prima
maniera, in vena) degli abitanti dell'isola. Epilogo indimenticabile.
Tema ricorrente degli ultimi
tempi, ma soprattutto un tema che sta particolarmente a cuore a noi partenopei,
Wall-e prende in esame appunto il tema dei rifiuti. L’incipit è quello di West
Side Story, con un’inquadratura dall’alto che, però, non si apre sull’ Upper
West Side di New York City, ma su un insieme di grattacieli e strutture
moderne, create da spazzatura. Con la sua buona mezz’ora e più iniziale di
non-parlato, il film obbliga quasi lo spettatore ad immergersi nel tema:sembra quasi di assistere alla concreta
produzione di un’opera d’arte moderna (una sorta di pop art colta nel suo
farsi). Da un punto di vista più tecnico, siamo arrivati quasi alla perfezione
della rappresentazione Pixar, non per nulla acquisita dal 2005 da Disney che,
dopo il modesto “Cars” e il buon “Ratatouille” ci presenta una struttura
grafica impressionante e curatissima, effetti mozzafiato e alcune inquadrature
cosi suggestive da far restare a bocca aperta i più piccoli, e non solo. Ma
Wall-e non è solo effeti e computer grafica, è un sapiente insieme di commedia
brillante, film chapliniano, opera sentimentale e fantascientifica, tutto
accompagnato da una perfetta linearità della trama. Certo, il fulcro essenziale
della storia è la splendida cyborg-lovestory che si viene a creare tra il
protagonista, che ricorda terribilmente con i suoi “rumori” il R2-D2 di Star
Wars, e EVE, la sua compagna ipertecnologica. Eppure, nonostante ciò, il film
lascia il segno, e secondo me non solo per il tema dei rifiuti, ma anche per un
altro aspetto che emerge nell’evolversi della vicenda: la tecnologia, con tutta
la sua perfezione, non ci può allontanare definitivamente dai sentimenti più
genuini (amore, riscoperta della bellezza della natura, attenzione per le cose
semplici) che, in questa specie di favola “ambientalista”, riescono comunque ad
imporsi. Toccante.
(Corea del Sud 2006) di Park Chan Wook con Byeong-ok Kim, Su-jeong Lim, Dal-su Oh
Il più bel film ambientato in un manicomio dai tempi del cuculo.
Anche qui il motore dell'azione è una vendetta (quella della
protagonista nei confronti dei camici bianchi, rei, secondo lei, di
tenere prigioniera la nonna che crede di essere un topo), ma la
trilogia si è chiusa con Simpathy for Mrs Vengeance
e Park Chan Wook realizza, con la solita perizia e magia che ti
incantano fin dai titoli di testa diegetizzati, un prodotto più
sincero, emozionato ed emozionante. Ed il piatto servito non è più
freddo come la vendetta, appunto, ma caldo e partecipe.
(USA - 2004) di Michel Gondry, con Jim Carrey,
Kate Winslet, Kirsten Dunst, Tom Wilkinson, Elijah Wood, Mark Ruffalo, David
Cross.
"Pensieri sparsi nel giorno di
San Valentino 2004. Oggi è una festa inventata dai fabbricanti di cartoline di
auguri per far sentire di merda le persone. Non sono andato a lavoro oggi. Ho
preso un treno per Montok. Non so perché, non sono un tipo impulsivo..."
No, Joel non è un tipo impulsivo,
ma lo è Clementine... Ed a Montok Joel è destinato ad incontrare la sua ragazza
dai capelli color azzurro sfacelo.
Il film inizia con un'inquadratura dello spazio in cui sono disseminate stelle lontane e vicine, un fotogramma simile al solito incipit di Star Wars, poi ci avviciniamo alla Terra, arrivando fino alla superficie, troviamo un paesaggio desolato, fetido, terrificante. Dopo aver solcato strati di nebbia di vario genere osserviamo immense costruzioni che "popolano" la superficie terrestre, edifici tutti uguali, freddi spogli che scopriamo essere la somma di milioni di cubi di spazzatura posti uno sopra l'altro. L'artefice di queste costruzioni è Wall-E, robot addetto alle pulizie del pianeta, esperto nel raccogliere la spazzatura nel suo ventre meccanico cubiforme e restituire poi un cubo-rifiuto perfetto.
(USA 1945) di Billy Wilder con Ray Milland, Jane Wyman e Philip Terry.
La macchina da presa partendo da un campo lungo che mostra il dinamismo ed il caos di una metropoli in fermento opera un movimento panoramico andando a puntare una finestra, al di fuori della quale vi è appesa una bottiglia, nascosta, legata per il collo, quasi in agonia, in astinenza, soffocata dal tempo, bramosa di essere bevuta. Entrando nell'appartamento attraverso la finestra scopriamo il soggetto simbolico di quella bottiglia, chi al collo è stretto per davvero, da qualcosa che con la bottiglia ha molto a che fare, qualcosa che come la bottiglia è da nascondere, qualcosa che desidera ardentemente, ma che deve nascondere e forse proprio perché deve nascondere.
(USA 1991) di Joel (e Ethan) Coen con John Turturro, John Goodman, Michael Lerner
Barton Fink (John Turturro)è un commediografo di New York, di origini ebraiche che da poco guadagnato una grande fama grazie alle sue opere, tanto che viene repentinamente invitato a lavorare per l'industria Hollywoodiana. Inizialmente indeciso perché pensa che questa non sia la sua strada finisce per accettare soprattutto per via degli enormi compensi economici che la Dream Factory gli offre. Incontrerà un mondo nuovo, in uno stato nuovo, completamente antitetico al suo modo di vivere e di pensare. Troverà un nuovo concetto di arte, un nuovo concetto di moralità, di bene e di male.
(USA/Spagna 2008) di Woody Allen, con Javier Bardem, Penélope Cruz, Scarlett Johansson, Rebecca Hall e Chris Messina.
Per lunghissimi anni Woody Allen ha sempre girato a New York,
la sua città era di sostanziale importanza per i suoi film e per la
caratterizzazione dei suoi personaggi, in particolare quello
interpretato da lui stesso, contraddistinto da un amore viscerale per
la sua città nella quale si immergeva e fondeva. Da un po' di film a
questa parte gira in Europa, e fa un certo effetto vederlo, ma ci sono
almeno tre motivazioni dietro questa scelta: negli USA il regista non
ha più mercato; in Europa trova più finanziamenti che in patria; il suo
personaggio non è più fondamentale come un tempo e quindi può decidere
di abbandonare la Grande Mela. Dopo quella che alcuni definiscono la
trilogia londinese il Nostro si è fatto trascinare da motivi e toni
decisamente antitetici alle atmosfere inglese: il calore, i profumi ed
i colori di Barcellona.
Cast : Ellen Page, Michael Cena, Jennifer Garner, J.K. Simmons
Juno MacGuff (Ellen Page) - "un nome che sembra falso, tipo Homer Simpson o Madre Teresa" - è una brillante adolescente del Minnesota, piena di energia e che vive secondo regole tutte sue. Tutto cambia però quando decide di fare sesso con un suo coetaneo : Bleeker (Michael Cena) un ragazzo timido e riservato. Quando scopre di essere incinta, sempre con la sua tranquilla indifferenza - dovuta forse alla sua (im)maturità? - escogita con l'aiuto di un amica un piano per trovare una coppia di genitori per il bambino. Dopo qualche ricerca, si imbatte in Mark e Vanessa Loring (Jason Bateman e Jennifer Garner), una coppia benestante che sta cercando di avere un bambino in adozione. Per sua fortuna, Juno potrà contare sull'aiuto e il sostegno del padre e della matrigna, ma quando sta per arrivare la fatidica data del parto, la famiglia Loring non sembrerà più essere la coppia perfetta per il bambino.
(Usa 2008) di Jason Friedberg, Aaron Seltzer con Matt Lanter, Vanessa Minnillo, G-Thang, Carmen Electra
Dubbio: recensire o non recensire Disaster Movie? Perché Movie
sicuramente non lo è. Ma Disaster...La coppia Friedberg/Seltzer sta al
cinema come tutte e sette le piaghe d'Egitto... all'Egitto. I Marx
Brothers si rivolteranno nella tomba, mentre Mel Brooks ed i fratelli
Zucker gli dovrebbero fare causa per vilipendio allo spoof. Non si può
pensare di cavarsela con peti, turpiloquio, citazioni di tutto il
citabile (Suxbad ?!?) e parodie di parodie (Zohan). E con una serie di sosia di VIP che vengono presentati con nome e cognome come al Bagaglino.
(Usa 2004) di Adam McKay con Will Ferrell, Christina Applegate, Paul Rudd, Steve Carell, David Koechner
Il miglior fratpack movie di Ferrell (prodotto da Apatow). Battute
imperdibili (San Diego deriva dal tedesco Zantiago che significa
"Vagina di balena"!), momenti esilaranti (lo scontro scorsesiano tra
"gangs" di anchorman) ed un personaggio indimenticabile (l'idiota Steve
Carrell) cui viene riservata la stoccata politica nel finale (Brick è
diventato consigliere di punta dell'amministrazione Bush). I soliti
cameo di Fratter (Stiller, Black, Vince Vaughn e Luke Wilson) &
Friends (Tim Robbins), qui sono meno gratuiti.
(Usa 2008) di Chris Carter con David Duchovny, Gillian Anderson, Amanda Peet, Billy Connolly, Mitch Pileggi
Anch'io "voglio crederci". Che non sia finito, che il culto possa
tornare. Ma bisogna riprovarci. Perché questo secondo appuntamento sul
grande schermo dei detective Mulder e Scully (a proposito: vanno a
letto insieme, hanno perso un figlio e per quale motivo si chiamano tra
di loro ancora col cognome?) ha un plot che condensa freudianamente le
due creature catodiche (e perdute) di Chris Carter (X Files e
Millennium), ma è davvero improbabile (la str(ip)oncatura di Disegni su
Ciak è ineccepibile). Girato con la solita perizia, ma non basta più.
(Usa 2007) di Frank Darabont con Thomas Jane, Marcia Gay Harden, Toby Jones, William Sadler, Laurie Holden
Il riferimento esplicito è a La cosa di Carpenter (nello studio del protagonista, disegnatore di affiches cinematografiche, campeggia il manifesto), ma anche aFog (of course!), Distretto 13 (l'assedio) ed al Romero di Zombi (il supermarket/rifugio) e di La città verrà distrutta all'alba.
Il Darabont sceneggiatore, però, non ha l'afflato apoditticamente
western dei due modelli sicché il suo è un loghorr(e)or. La mezz'ora
finale, tuttavia, dal proselitismo pentecostale di Mrs. Carmody al
finale beffardamente nichilista, pur con 10 minuti di troppo, dice più
sull'America di un docu di Moore.