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(USA 1998) di Terry Gilliam con Johnny Depp, Benicio Del Toro, Cameron Diaz e Christina Ricci
Paura delirio a Las Vegas chiude un'ipotetica trilogia che vede come filo conduttore la follia, iniziata nel 1991 con La leggenda del re pescatore, proseguita nel 1995 con L'esercito delle 12 scimmie e conclusasi appunto con quest'ultima pellicola nel 1998. Nel corso di questi anni Terry Gilliam effettua un'analisi critica scavando fin nei meandri della mente umana, comunicando tramite tre casi differenti, l'apparente follia di un barbone (The Fisher King), la follia stralunata di un uomo venuto dal futuro (L'esercito delle 12 scimmie) e la dimensione altra di due uomini sotto il perenne effetto di allucinogeni (Paura e delirio a Las Vegas), il suo personale senso di oppressione in un mondo troppo pieno di schemi e di regole che impediscono l'espressione umana.
La pellicola è tratta dal libro omonimo e autobiografico di Hunter S. Thompson uscito negli Stati Uniti nell'ormai lontano 1971 e racconta la storia di Raul Duke (un Johnny Depp strepitoso), un giornalista sportivo, e del suo avvocato Gonzo (l'altrettanto grande Benicio Del Toro) che attraversano il deserto dalla California al Nevada in una decappottabile rossa imbottita di droghe, alcol e allucinogeni di ogni tipo, diretti a Las Vegas per raccontare la "Mint 400", la famosissima e sballatissima gara per motociclisti attraverso il deserto, una sorta di Parigi Dakar americana.
Paura e disgusto a Las Vegas, perché è così che bisogna chiamarlo dopo una traduzione letterale (Fear and Loathing in Las Vegas), manifesta tutta la sua essenza proprio nel titolo: la paura è quella di un mondo nuovo, un mondo altro, che si avvia nel baratro attraverso una decadenza sempre più rapida, un mondo dove la guerra in Vietnam e la politica di Nixon (peggio di lui solo Bush jr.) provocano un profondo disgusto per il mondo che si profila all'orizzonte.
Una caduta verso l'inferno simboleggiata dal viaggio dei due protagonisti attraverso il deserto in balia di allucinogeni che rendono la realtà desertica meno cruda e nuda, un viaggio che porta dritto all'inferno, la città di Las Vegas simbolo emblematico della decadenza dell'epoca. Una città circondata dal deserto, costruita dal nulla per soddisfare il lato viziato dell'uomo, quello inutile, quello autodistruttivo.
Duke e Gonzo cercano di evadere, di fuggire di scappare, di vivere una vita diversa, di alienarsi da quel mondo che più vuoto di così non può essere, un mondo che, attraverso le dilatate pupille allucinate di Duke, assume una forma allucinante, forse quella reale: le persone diventano enormi rettili spinti da un istinto animale privo di qualsiasi forma di ragione. Un alienazione volontaria dei nostri che valorizza finalmente l'inetto sveviano, capace come pochi a criticare la società, mostrarne i lati deboli a scoprirne i lati mostruosi.
Una lotta contro un mondo purtroppo invincibile, in progressiva espansione, dove l'unica via alternativa è rappresentata dalla fuga dalla realtà attraverso gli allucinogeni, il sogno americano andato in frantumi perseguibile solo in un altro mondo, in un'altra vita, una vita parallela anch'essa alienata dalla realtà, la vita di Duke e Gonzo.
Il tutto è reso come meglio non si poteva dalla particolarissima regia di Terry Gillam, l'unico in grado di girare un film del genere, capace di muovere la macchina in modo sgrammaticato, storpiato, con una lente che più deformante di così non può essere, con inquadrature sempre sghembe che quasi violentano la realtà, ma non i due protagonisti perché ancor più sghembi e sgrammaticati di esse, un Johnny Depp all'apogeo assoluto, che mai più raggiungerà - nonostante i successivi ottimi ruoli - col suo bocchino perennemente in bocca (altro simbolo di una realtà da cui e meglio alienarsi, star lontani, da trattare con i guanti, o col bocchino), affiancato dallo straordinario Benicio Del Toro, mai così grasso e forse mai così bravo.
Un film in apparenza molto divertente, in cui le scene memorabili sono numerosissime (chi può dimenticare il Dr. Gonzo che urla: "Questo è oh oh! Questo è oh oh! O la scena nell'ascensore con la sempre meravigliosa Cameron Diaz), ma se si scava più a fondo risulta essere un film profondamente triste e nostalgico, una terribile sveglia che ci desta dal sogno americano, che vede tutta la sua anima nella scena madre, quella che spacca in due l'opera, in cui Duke in un momento di lucidità racconta tutta la sua disperazione per l'avvenire e la sua nostalgia per i tempi passati, una voce over che accompagna le immagini di repertorio dei fantastici anni sessanta dove si viveva in un sogno, dove bastava pochissimo per essere felici, dove non c'era bisogno delle perversioni di Las Vegas né del capitalismo sfrenato. Purtroppo la paura ed il disgusto tendono fortemente alla vittoria e la resistenza cede, i due protagonisti mollano la presa e le parole di Johnny Depp nel finale sono emblematiche: "una sola strada per Hollywood, sicurezza, oscurità, solo un altro sballato in un mondo di sballati".
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