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Paranoid Park

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Scritto da Attilio Palmieri   
Monday 10 December 2007
 (Francia/USA 2007) di Gus Van Sant con Gabe Nevins e Jake Miller.

Con Paranoid Park Gus Van Sant raggiunge finalmente la maturazione definitiva. Dopo una serie di film d'autore, intimi, ma decisamente imperfetti (Drugstore Cowboy, Belli e dannati), una serie di film hollywoodiani abbastanza commerciali  (Will Hunting, Scoprendo Forrester), un indizio decisamente forte (Elephant) che fino ad oggi è unanimemente considerato il suo capolavoro e un indizio un po' più debole ma non privo di spunti di alto livello filmico (Last Days) arriva la consacrazione definitiva, la prova (Paranoid Park), dimostrazione di una felicissima svolta della carriera dell'autore di Louisville. Un film in cui la poetica vansantiana ed il suo oggetto principale, il mondo adolescenziale, vedono la loro massima espressione artistica. Questa volta il giovane di Van Sant si chiama Alex (Gabe Nevins) ed è uno studente cresciuto con la passione per lo skateboard che ha accidentalmente ucciso un uomo nei pressi di Paranoid Park, luogo di incontro di persone differenti accomunate dall'amore per la tavola a rotelle. Alex è sospettato e proprio nella misteriosa notte del delitto stranamente non si trovava con il suo migliore amico Jared (Jake Miller). Quest'episodio turba non poco la vita privata del giovane protagonista che da quel momento non sarà più la stessa.
Il film parla (anche) di un'iniziazione - ed il regista lo mostra usando mezzi specifici del linguaggio filmico girando sapientemente in 35mm e in super8 - di un passaggio da un mondo ad un altro e Paranoid Park è infatti un luogo di commistione di generazioni, dove vanno i giovani a sfogare le loro pressioni e le loro ansie giovanili, ma anche gli adulti ad annegare i loro dolori. La poeticità del film si comprende fin dall'incipit che è di livello altissimo: Alex cammina i mezzo all'erba alta in un sentiero preciso che porta al mare, un mare sconfinato che si fonde con l'orizzonte (il cammino di Alex verso l'età adulta, un mare infinito e dispersivo); segue una ripresa di quello che poi scopriamo essere Paranoid Park in cui numerosi skaters si esibiscono, la ripresa è effettuata in super8 (lo strumento che riprende Paranoid Park è un chiaro segno dell'avvicinamento ad un mondo nuovo di Alex il quale in quel momento è sostituito dal Cinema che non è una 35mm ma una giovane super8 così come lo è Alex); in ultimo vi è Alex in un luogo molto simile alla prima inquadratura in compagnia di Jared (suo migliore amico, figura guida e tramite tra lui e gli adulti), il quale lo invita ad andare a Paranoid Park, il loro scambio di battute che chiude la scena riassume quasi tutto il senso del film: Alex: "Non so se sono pronto per Paranoid Park". Jared: "Nessuno è mai pronto per Paranoid Park".
Gus Van Sant in questo film, come del resto in tutti i suoi altri lavori, non condanna i suoi ragazzi belli e dannati, ma li considera vittime, incolpevoli o al massimo rei di colpe derivate da errori precedenti di altri. Questi altri quasi sempre sono gli adulti, sia quelli strettamente vicini ai ragazzi o al ragazzo in questione - i famigliari - sia quelli che gli sono intorno - le istituzioni. In questo film buona parte della responsabilità ricade sulla condizione famigliare di Alex, una situazione molto difficile in cui i genitori sono separati, la madre non bada troppo a lui e il padre è quasi sempre lontano e quando si vede scopriamo che è un semi-malvivente. La bravura dell'autore sta nel non essere determinista, nel non far sembrare le due cose conseguenza l'una dell'altra, ma solo uno dei tanti bastoni tra le ruote di un ragazzo in cammino verso la maturazione.
 Una delle grandi qualità di Paranoid Park risiede nella sua struttura non lineare, che non segue un ordine narrativo cronologico ma uno diverso, determinato dalla coscienza del protagonista, che prosegue per tematiche, per suggestioni ed emozioni. In questo modo il tempo del discorso diventa ancor più dilatato del tempo della storia perché - come già aveva fatto in Elephant - Gus Van Sant ripropone la stessa scena più volte ed ogni volta lo spettatore la vede con un occhio diverso, un occhio sempre più "aggiornato dei fatti".
La regia di Van Sant è inconfondibile, l'autore sceglie uno stile registico estremamente poetico che, oltre alle differenze di ripresa sopra citate, vede una perfetta alternanza tra oggettive sul protagonista e soggettive dello stesso. Le prime lo vedono spesso solo nel mare che è il mondo a lui circostante, quasi alienato, scene in cui la psicologia si fonde con la poesia figurativa. Le seconde mostrano con gli occhi del protagonista tutti i rapporti di forza che egli ha con il mondo, con i suo compagni, con i suo familiari e con gli adulti in generale. Entrambe le tipologie sono spesso caratterizzate da rallenty che tendono, nel primo caso, ad isolare il personaggio, compiendo così un'analisi introspettiva che mette le sue fondamenta sempre e prima nell'immagine, nel secondo caso a mostrare le reazioni fondamentali dei personaggi a lui circostanti in conseguenza delle sue azioni.
La fiducia dell'autore nei giovani però è sconfinata e questi ultimi nonostante tutte le disavventure che subiscono hanno la forza di rialzarsi, nel film allora c'è anche un po' di spazio per sperare, non si tratta solo di un no future film come a molti critici è parso. Van Sant inserisce il personaggio di Macy che svolge il ruolo dell'aiutante grazie al quale Alex potrà sperare in qualcosa di diverso.
Paranoid Park era in concorso alla scorsa edizione del festival di Cannes ed ha ricevuto il premio del sessantesimo anniversario della manifestazione, ma dispiace per il pur bellissimo 4 mesi 3 settimane e 2 giorni e per il bravo romeno Mungiu , ma - come disse in una situazione analoga nel 2002 Aki Kaurismaki riguardo al suo L'uomo senza passato - questo film meritava la Palma d'oro.
Commenti
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soloparolesparse  - Sottodiciotto Film Festival     |2008-01-03 14:57:44
Ho visto Paranoid Park al Sottodiciotto Film Festival... e mi ha colpito in
maniera molto positiva.
Ne parlo qui:
http://blog.libero.it/soloparolesparse/commenti.ph
p?msgid=3717727&id=15123#comments
Rosario Gallone  - recensione 2   |2008-06-17 14:36:34
Gus Van Sant ha diverse anime. Quella commerciale (Will Hunting ? Genio ribelle,
Scoprendo Forrester), quella videoartistica (Psycho ? eh sì, avete capito bene!
il remake del capolavoro hitchcockiano è un'operazione pop di matrice warholiana
? e Last Days) e quella di autore indipendente cui appartengono Elephant e
questo Paranoid Park. Che del lavoro sulla strage di Columbine pare quasi il
gemello, addirittura più riuscito. Se Elephant, infatti, a dispetto delle
intenzioni, pareva trovare le ragioni del massacro nella latente omosessualità
dei due attentatori adolescenti nonché nella violenza dei videogame (e da Van
Sant sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di meno reazionario), qui (quasi
una variazione de Lo straniero di Camus) il casuale omicidio di un vigilante
sembra non scuotere più di tanto il protagonista Alex. Il regista sceglie di
fuggire consapevolmente le categorie della suspense di Xavier Pérez (La suspense
cinematografica, Editori Riuniti, 2001) sicché il racconto procede evitando di
coinvolgere lo spettatore sia attraverso la suspense per curiosità (l'omicidio ?
colposo ? del vigilante viene raccontato abbastanza presto) sia attraverso la
suspense per simpatia (né il protagonista né, tantomeno, i personaggi secondari
appaiono così accattivanti). A rifletterci, bene, però, è la stessa mancanza di
coinvolgimento che affligge Alex, indifferente agli avvenimenti, pur drammatici,
che lo riguardano. Colpa della scuola? Colpa di due genitori, separati e che
restano sfocati, sullo sfondo (il padre) o controluce, di spalle (la madre)?
Questa volta Van Sant, meno male, non si sente obbligato a dare risposte.
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