(Rft/Francia
1979) di Werner Herzog con Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Bruno Ganz,
Roland Topor
Generazione
senza padri, quella dello Junger Deutscher Film,
un dato, peraltro, comune alle "nuove ondate" le cui risacche,
negli anni dal '59 al '70 del secolo scorso, risucchiarono i detriti
di una cinematografia del passato obsoleta (le cinema de
papa) per riportarne a riva il
salvabile. Curiosamente, come spesso accade, i figli si ribellano al
padre per ricongiungersi coi nonni (come se questi non fossero dei
padri alla seconda), sicché mentre in Francia
les jeunes turcs
recuperavano stilemi del cinema muto quali le chiusure a iride, i
mascherini, in Gran
Bretagna i giovani arrabbiati
del Free Cinema
omaggiavano spesso lo slapstick girando a 18 fotogrammi.
Nella
malinconica ricerca di figure paterne del Nuovo Cinema
Tedesco post Oberhausen
'62, mentre Wenders
guardava al cinema americano tout
court e Fassbinder
al melò hollywoodiano degli immigrati tedeschi (Douglas
Sirk, Max Ophüls),
Werner Herzog, il più
scapestrato, il più ribelle, il più sfuggente dei
figli, fu anche l'unico a gettare un ponte verso il passato
cinematografico più glorioso del proprio paese. Rifare
Nosferatu significava
riallacciarsi all'espressionismo nel suo episodio, forse, più
atipico. Murnau, a
differenza di Robert Wiene,
di Paul Wegener ed
altri, era riuscito a creare l'atmosfera inquietante tipica
dell'espressionismo ricorrendo a procedimenti cinematografici
(inclinazione della macchina, negativi, fotogrammi saltati) e poco ad
escamotage scenografici e di matrice teatrale (se si esclude il
pesante trucco di Max Schrek,
se di trucco si trattò), anzi addirittura girando in esterni,
in alcuni dei quali (gli Alti Tatri)
girò, poi, anche Herzog.
Ricalcando l'originale del '22 (ché di devoto rifacimento,
nella forma se non nello spirito, si tratta, checché ne dica
lo stesso autore: forse oltre si è spinto solo il Van
Sant di Psycho),
Herzog, partito alla
ricerca di un padre, ne trova addirittura due (non contando la madre,
Lotte Eisner, autrice
de Lo schermo demoniaco,
che visitò il set del remake), attuando quella riconciliazione
con l'opera di Bram Stoker,
aggirata da Murnau
per una questione di diritti. Dracula,
Jonathan Harker e
Lucy (invece di Mina,
differenza rispetto al libro di cui tener conto) si
riprendono, quindi, i panni usurpatigli da Orlok,
Thomas Hutter ed
Ellen. Una fedeltà
al mito che, però, non impedisce al regista di Fitzcarraldo
di apporre varianti più personali: l'afflato panteistico che
lega l'uomo alla natura (la lunga traversata a piedi di Harker
per raggiungere il castello del Conte); un sottotesto politico
(neanche troppo invadente, a dire il vero) che accosta il Biedermeier
(corrente cui
figurativamente si ispira la pellicola)
alla decadenza piccolo borghese i cui componenti rappresentano i veri
cadaveri della storia rispetto a colui che, in fondo, come denuncia
il titolo, è un "non morto". Ed è proprio questa
eternità coatta a fare del vampiro, nella versione di Herzog
e Kinski,
un eroe tragicamente romantico cui un amore impossibile (può
un vampiro amare la Lucy?)
darà, comunque, la morte agognata. Una morte stavolta
fisicamente presente, impressa sulla pellicola; un'agonia non
risparmiata allo spettatore da una dissolvenza incrociata. Perché,
probabilmente, è la diafana Lucy
(e non sorprende in una filmografia generalmente misogina quale
quella di Herzog) ad
essere tornata dall'aldilà (e se le prime immagini delle
mummie - un incipit stranamente analogo a quello, nella cripta dei
cappuccini, di Cadaveri eccellenti
di Francesco Rosi -
non fossero un sogno presagio, ma semplicemnete "Il contesto" da
cui arriva la protagonista?) a riprendersi l'anima vagante di
Dracula. E' lei che,
senza che lo spettatore lo percepisca, nel breve intervallo di un
raccordo, riesce a cambiare direzione o a fare qualche passo più
avanti verso Van Helsing.
Se Nosferatu, quindi,
è l'ombra di Murnau,
qual è l'ombra di Herzog?
Introduzione di Rosario Gallone al film di Herzog nel corso della manifestazione Nosferatu -
L'ombra di Murnau tenutasi al
Goethe Institut di Napoli il 10 ed 11 maggio scorsi.
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