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Nella valle di Elah

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Scritto da Attilio Palmieri   
Tuesday 18 March 2008
 (USA 2007) di Paul Haggis con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon e Jonathan Tucker.

Il war movie è un genere che dal secondo dopo guerra in poi si è fatto sempre più spazio nel panorama cinematografico mondiale, fino a diventare testo base per alcuni tra i più grandi autori del cinema della modernità come Kubrick, Malick e Coppola, i quali grazie a questo genere hanno avuto la possibilità di parlare dell'uomo, della sua esistenza e della società contemporanea, raggiungendo vette qualitative ineguagliabili. Dopo gli episodi dell'11 settembre 2001, però, la guerra è diventata un'altra cosa, sotto ogni punto di vista essa venga concepita. Non è più una guerra soldato contro soldato, uomo contro uomo, ma si è ibridata con la guerra civile, ha perso un suo specifico terreno d'azione e ha completamente ribaltato la sua scala di valori. Questo si riflette anche nel cinema, e Nella valle di Elah si configura proprio in questa nuova dimensione.

Il cinema di stampo bellico è anch'esso mutato, radicalmente influenzato dai terribili avvenimenti terroristici e dai mutamenti della società, sui quali non manca di riflettere, più o meno oggettivamente, più o meno saggiamente, più o meno furbamente. Il film di Paul Haggis racconta la storia di Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), veterano del Vietnam tutto orgoglio e onore che non appena appresa la notizia che suo figlio (Jonathan Tucker), impegnato come soldato nella guerra in Iraq, è scomparso nel nulla, comincia ad indagare. Con piglio duro e intensa determinazione si reca alla base dove il figlio soggiornava per cercare di capire cosa sia veramente successo, scoprendo però cose fin qui inaspettate e dai risvolti sconcertanti.
Questo lavoro di Paul Haggis potrebbe apparentemente sembrare un dramma familiare o un atipico war movie o ancora un detection movie. Ma in realtà è un complesso e lucido ragionamento sulla guerra e sul cinema "di guerra". Un film in cui non conta sapere se il figlio sia vivo o morto - questo viene svelato dopo pochi minuti - ma osservare il cammino del protagonista attraverso un mondo "nuovo" che prima di allora credeva ancora "vecchio", una sorta di bildungsroman di un personaggio che un po' in là con gli anni intraprende un viaggio che è soprattutto interiore, che mette alla prova tutte le sua concezioni sulla guerra, tutti i suoi valori da eccellente soldato, scoprendo una guerra diversa, un clima diverso che lo lascia sgomento. Un uomo che ha sempre creduto che la guerra rafforzasse il carattere, facesse diventare uomini i giovani, si trova di fronte una realtà cruda e violenta che lo smentisce e lo lascia solo sotto i commoventi rimproveri della moglie (Susan Sarandon) che gli rinfaccia di aver insegnato ad entrambi i suoi figli la cultura della guerra ed averli così condannati. Hank scopre infatti un figlio che prima d'allora gli era sconosciuto e all'inizio stenta a credere alle parole dei suoi compagni, testimoni di una vita irriconoscibile per un padre sconcertato, il quale scopre che la guerra ha cambiato radicalmente il figlio, che ora spaccia droga e conduce una vita notturna fatta di insensatezze e prostituzione. Un uomo che ha sempre sognato e forse creduto di essere un eroe, cresciuto (diremmo oggi) con i valori repubblicani più veri e sinceri, simboleggiati perfettamente dalla bibbia e dalla bandiera americana, verso le quali dimostra (ovviamente) profondo rispetto e devozione. Hank è dunque un uomo d'altri tempi ormai, che non riesce accettare il confronto con la modernità, spaventato dalla messa in discussione di tutti ciò in cui crede.
La macchina da presa di Haggis sa scavare fino in fondo al cuore del protagonista passando attraverso il suo struggente volto scavato, segnato dalle rughe, dagli anni e dal dolore, ma sa anche allontanarsi un po', restare distante nei momenti di profondo dolore, in disparte, senza violentare l'intimità di due genitori, già violentata a sufficienza.
L'indagine sembra non portare a nulla e l'unica cosa che riesce a ricavare sono dei video rovinati quanto agghiaccianti estrapolati dal cellulare del figlio rubato dal compagno di camera. La svolta avviene quando arriva in aiuto la detective Emily Sanders (Charlize Theron, bravissima a contenere la sua bellezza e mostrare la sua bravura) che, dopo aver superato qualche perplessità, mette tutta se stessa nella vicenda, risultando determinante ai fini della risoluzione sinottica.
Hank Deerfield nel confronto con i soldati scopre molti dei motivi del loro cambiamento, conosce la loro condizione il loro sentimenti, i loro ideali frantumati, uomini che partono pensando di "salvare i buoni e castigare i cattivi" ma poi si accorgono che quello "non è un luogo da eroi" e che "una bomba atomica sarebbe la soluzione giusta". Inquietudini e suggestioni che turbano profondamente l'animo dei soldati,che muta radicalmente perdendo ogni tipo di umanità. Esemplare a questo proposito è la confessione finale di uno dei soldati più vicine a Mark Deerfield, che racconta tutta la verità, una storia raccapricciante che mostra progressivamente dagli occhi e dalle parole del soldato una tremenda follia incosciente, commentata (nel migliore dei modi) da un controcampo che mostra il primo piano di Tommy Lee Jones rabbioso, distrutto, stuprato dalle frasi che raccontano la vicenda come se tutto fosse ordinario, normale.
Il personaggio interpretato da Tommy Lee Jones è costruito in modo eccellente dallo scrittore di Million Dollar Baby in modo da non fungere da mattatore del film, da elemento indispensabile di un'opera che senza di lui morirebbe, ma da elemento decisivo, capace far fare al film il grande salto di qualità. Un'interpretazione da parte dell'attore de Il fuggitivo da ricordare ingiustamente dimenticata (come peraltro tutto il film) dalla giuria di Venezia in favore di un pur bravo Brad Pitt.
 Un'altra grande performance di Haggis che conferma le sue strepitose qualità di scrittore, realizzando un script ancora una volta perfetto in ogni particolare, che punta molto sul simbolismo (vedi le scene iniziale e finale) e che conferma la sua attitudine alla coralità, la volontà di non trascurare nulla di secondario e, viceversa, di dargli una rilevanza specifica ai fini della narrazione. Il tutto accompagnato da una regia che, partendo da un'impostazione stilistica di marca eastwoodiana (suo grande maestro), va verso una sua autonomia distinguendosi per una continua ricerca del particolare e del dettaglio che concretizzano la grande importanza narrativa oltre che simbolica delle cose apparentemente ininfluenti e subordinate.

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