|
(Usa/Francia 2001) di David Lynch con Naomi Watts, Laura Elena Harring, Justin Theroux, Dan Hedaya, Ann Miller.
Sulla Mulholland Drive, in una inesorabile, folle e inverosimile corsa, si dipana l’intero universo lynchiano, in cui si fondono e si confondono l’orrido e il sublime, in cui il dolore e la paura indossano maschere seducenti e rassicuranti e la dolcezza familiare del quotidiano rivela, in un lento e grottesco stillicidio, il suo acre sapore di morte.
Eros e Thanatos, desiderio e violenza, si scoprono negli sguardi di due donne ambigue ed enigmatiche, un fascino e oscuro e perturbante avvolge le loro labili e mutevoli identità in un continuo e febbrile delirio.
La realtà, ingannevole e sfuggente, danza tra la diafana inconsistenza dell’illusione e l’agghiacciante oscurità dell’incubo.
Sullo schermo si susseguono e si intrecciano un tragico incidente, un regista ostacolato da due improbabili gangster, due sconosciute che si abbandonano alla passione, un passato da ricostruire tra fiochi e pallidi ricordi.
Poi, all’improvviso, in un angoscioso sottofondo di note sorde, una scatola si schiude e una donna apre gli occhi...
... E allora Betty si scopre Diane, Rita diviene Camille, il loro amore si fa vendetta.
E mentre elucubrazioni mentali, visioni tormentate, verità negate, giocano un beffardo gioco di specchi, ci si chiede quali siano le azioni dei personaggi, quali le allucinazioni, cosa sia veramente accaduto.
È stato solo un infinito, interminabile, affannoso sogno pervaso da allucinati fantasmi e recondite pulsioni?
L’essenza di questo film risiede nella sua voluta enigmaticità, nell’impossibilità di ricostruire gli eventi secondo una logica razionale e chiarificatrice.
Il regista riesce a immettere lo spettatore in un labirinto senza via d’uscita, colmo di figure e pensieri inquietanti, dove volti e storie si sovrappongono e si trasformano senza sosta, seguiti da una macchina da presa che incede, lentissima e scaltra, con lunghe carrellate cariche di suspence.
Nel caos onirico che penetra l’intero svolgersi della storia (o delle storie) è possibile riconoscere alcuni tratti tipici del simbolismo cinematografico di Lynch.
Prima fra tutte l’opposizione donna bionda/donna bruna, che va oltre una semplice scelta estetica per concretizzarsi nella dialettica bene/male, innocente bontà/sordida cattiveria che abita l’animo umano, mostrandone l’innata doppiezza.
E ancora le atmosfere e le musiche che repentinamente mutano, trasformando scenari di tranquilli e accoglienti in situazioni di disagevole spavento, ricordando la calma provvisoria e menzognera che sempre presagisce l’ineluttabile tragedia.
Infine si notano diversi richiami alla filmografia precedente (ritorna il nano di Twin Peaks, la strada dell’incidente è la medesima che Mr Eddy percorre in Strade perdute), ad indicare come l’opera del cineasta americano debba considerarsi un continuum indissolubile, un unico ininterrotto viaggio nell’inconscio umano (rappresentato in questo film, come già nelle pellicole di Buñuel, da una misteriosa scatola chiusa) attraverso il suo recondito carico di ombre, di desideri inconfessabili, di istinti regressi e taciuti.
|
Un'estate al MADRE
Comunque la prima sera c'era solo gente di spettacolo, ne...
Un'estate al MADRE
E' in streaming su neche.it, ma quel sito ti ammazza di v...
Un'estate al MADRE
Sapete dove posso vedere il documentario sulla danieli in...
Non è un paese per v...
I vecchi del titolo sono i portatori di valori antichi (l...
Paranoid Park
Gus Van Sant ha diverse anime. Quella commerciale (Will H...