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Lettere da Iwo Jima (USA, 2006) di Clint Eastwood con Ken Watanabe, Kazumaru Ninomiya , Shido Nakamura
Un militare nipponico spinto da un orgoglio disperato, brandisce il suo katana prima di essere raggiunto da un colpo di mortaio. Il suo corpo ferito che striscia sulla terra rossa e solforosa di Iwo Jima, non rivedrà mai più la spiaggia dell'isola lasciata indifesa dal generale Kuribayashi (Ken Watanabe). Uno nessuno e ventimila: come il soldato scelto Saigo (Kazumaru Ninomiya) costretto ad abbandonare la moglie incinta e la sua panetteria per raggiungere l'esercito imperiale in quel "deserto di fuoco" raccontato per la prima volta sullo schermo in Sands Of Iwo Jima (1949)...
Nella sequenza finale smaccatamente patriottica del film, il montaggio ricorre due volte ad un raccordo sullo sguardo del soldato Conway (John Agar) per mostare prima la schiena crivellata dai colpi del rude sergente Stryker (John Wayne), e successivamente il gesto eroico-retorico dei marines impegnati ad alzare la bandiera americana. Questo lavoro di montaggio invisibile scinde la gloria e suoi orrori mostrandoli in sequenza, laddove la macchina da presa di Clint Eastwood sembra esprimere attraverso il cinema il teorema umano dell'indecidibilità dello sguardo sulla guerra per cogliere delle verità storiche che aleggiano nello spettro del fuoricampo. Verità che resterebbero per sempre inconoscibili come tali, se si resta nei limiti della retorica visiva del classico war movie hollywoodiano.
Il dittico del regista ci ricorda che onore e sangue sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia militare del (dis)onore che racconta della battaglia storica tra l'esercito imperiale nipponico e le forze americane che dovranno combattere 36 giorni prima di piegare la disperata resistenza giapponese. La pellicola di Allan Dwan interrompe la cronaca della battaglia il 23 febbraio 1945, in occasione del quarto giorno di battaglia che coincide con l'alzabandiera immortalata sulla cima del monte Suribachi da uno scatto fotografico di Joe Rosenthal.
La scelta di raccontare la battaglia di Iwo Jima all'insegna della logica narrativa del doppio racconto non corrisponde affatto all'adozione di un punto di vista neutro sull'evento: la macchina da presa del regista americano partecipa in modo simpatetico alla guerra nella sua doppiezza caotica, irrazionale, universale. Emerge cosi il paradosso di un doppio narrativo che rivelando la sua asimmetria finisce per moltiplicare i propri punti di fuga all'interno del racconto. Prendendo le mosse dallo statuto ambiguo della fotografia di Rosenthal, l'investigazione artistica del cinema eastwoodiano rivendica il primato dell'immagine come fonte primaria per indagare il lato oscuro della storia ufficiale.
Nella prima pellicola, il regista sembra dirci che l'immagine può de-costruire la Storia e non il contario. Con una narrazione discontinua tenuta insieme dal voice-over del reduce James Bradley (la sceneggiatura ellittica di Paul Haggis fa un largo impiego di flashback), Flag of our Fathers racconta il fuoricampo di una battaglia ideologica condotta sul continente americano che avrebbe risollevato il morale di una nazione grazie al tour trionfale dei tre sopravissuti alla celebre fotografia del 23 febbraio.
Lettere da Iwo Jima che affronta il conflitto dal punto di vista giapponese rappresenta l'altra faccia di questa medaglia insanguinata e scintillante del (dis)onore. Una medaglia nascosta insieme alle lettere delle vittime ai propri familiari nella polveriera labirintica costruita dall'esercito nipponico per difendersi dallo sbarco americano. Il respiro epico del film rimbalza come una granata nell'immaginario cinematografico del war movie insieme alla nostalgia per un codice cavalleresco annichilito dalle forza distruttiva della guerra in un omaggio esplicito alla lezione umanistica del cinema di Akira Kurosawa.
(Secondo Premio all'edizione 2007 Adelio Ferrero nella sezione "recensioni")
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