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Les amants reguliers

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Scritto da Attilio Palmieri   
Friday 16 November 2007
 (Francia 2005) di Philippe Garrel con Luis Garrel, Clotilde Hesme e Maurice Garrel

Cinque ragazzi vestiti prevalentemente di nero, con capelli medio lunghi tenuti in modo casuale salgono due rampe di scale di un palazzo dalle pareti totalmente bianche i cui corrimano risaltano nero su bianco come inchiostro su carta. I ragazzi entrano in una camera, si chiudono a chiave, cominciano a fumare. In questo luogo candido, puro, innocente, indefinito, ma per questo anche inquietante, d'un tratto si parla di uno di loro che scrive poesie (François) e intende pubblicarle. Gli altri sono contrari, preferiscono restare anonimi. Uno di loro è quasi un pittore, ha il talento per esserlo, ma fa l'imbianchino, perché secondo lui "l'imbianchino è il vero pittore". Si continua a fumare, si continua a discutere, di valori, di personalità, ma soprattutto di identità.

Questa la prima scena del film di Philippe Garrel, Les amants réguliers, un' opera che racconta la storia di un giovane ragazzo, un artista, amante della letteratura, di una concezione romantica della letteratura, istintiva, fugace. François (Luis Garrel) si rifiuta di servire la Francia facendo il militare, perché "non ha tempo", perché pensa che la sua patria ha bisogno di un altro "servizio", infatti partecipa attivamente alle rivoluzioni studentesche del '68. Al loro termine viene arrestato per il suo rifiuto alla leva. Dopo i sei mesi di prigionia conosce una ragazza, Lille (Clotilde Hesme) con la quale intraprende una relazione cominciata quasi per gioco, che diventa progressivamente più intensa, per poi calare in modo repentino e tragico.

In questo film l'ambiente non è un semplice contorno, il testo ed il contesto sono di natura interscambiabile, e la Parigi degli anni ‘68/‘69 diventa causa e conseguenza delle sorti dei giovani francesi, ed in particolare di François. Il film descrive la storia del protagonista immersa in uno spaccato sociale onnipresente, prima parla dei movimenti giovanili parigini del '68, descrivendo così al meglio una generazione, poi - e questa seconda parte è la più sostanziosa - parla del dopo, del 1969, della disillusione verso gli sforzi compiuti l'anno prima, della lenta ma incessante caduta degli ideali, dello sfaldamento di un gruppo di ragazzi, specchio di quello di una generazione e di una società intera.

Philippe Garrel è un regista e prima ancora un uomo di una profondità assoluta, un artista nel senso completo del termine, allievo di Godard negli anni sessanta, è uno degli ultimi degni discendenti della Nouvelle Vague, sicuramente l'ultimo che gira con quello stile, quelle intenzioni e quell'anima che ha caratterizzato alcuni autori cinéphile francesi dalla fine degli anni cinquanta. Così come Godard (soprattutto il primo) la poetica cinematografica di Garrel predica una visione di un cinema che parla di se stesso (numerose le citazioni: da Prima della rivoluzione a Baci Rrubati, da La cinese a Pasolini), ma anche di un' arte totale, completa, eterogenea e compatta al tempo stesso, fatta di pittura e scultura, musica e fotografia, teatro e letteratura. Così come Godard, Grarrel inserisce nel suo film psicologia, filosofia, letteratura, sociologia, ma anche storie d'amore, inseguimenti, dove la musica, anche quando è extra-diegetica, non è solo un accompagnamento, ma qualcosa di più, una concezione del cinema lontana da quelle logiche selettive che classificano l'arte in generi, filoni, e canoni.

 Il direttore dei Cahiers du cinéma Jean Michel Frodon ha affermato più volte che mai prima il cinema aveva esposto degnamente un periodo storico così importante per la società francese e per la società tout court. "Il film di Garrel (ha detto il direttore della maggiore rivista cinematografica mondiale) è forse l'unico che riesce a rappresentare sul grande schermo l'energia di quegli anni, la vitalità, ma, soprattutto, cosa è successo dopo, cosa è cambiato, nelle persone e nella gente." Egli  afferma anche che un'altra qualità risiede nella natura autobiografica dell'opera: il regista racconta i suoi vent'anni attraverso il figlio. Un film in cui partecipano tre generazioni della famiglia Garrel, con Philippe dietro la macchina da presa e Luis (il figlio) e Maurice (il padre che interpreta il nonno di François) davanti. Un film autoriale nel senso più assoluto del termine, un lavoro impegnato in cui l'autore rende gli spettatori partecipi degli eventi con sguardi in macchina fitti e penetranti che scrutano, osservano e interrogano (Godard docet).

Nel film infatti sembra di respirare ciò che si respirava per le strade durante quegli anni, sembra di condividere con partecipazione gli ideali letterari e libertari, l'amore per l'arte e per la poesia, per la libertà d'espressione e d'amore. Un periodo in cui gli scontri tra giovani studenti e polizia fanno la parte dei protagonisti, che Garrel mostra in modo esemplare: una voce fuoricampo pronuncia la frase "Liberati dalla ripetizione, vai avanti!" mentre la macchina da presa inquadra uno squadrone di gendarmi tutti fermi pronti per caricare, tutti uguali, statici, seri, cattivi, violenti, vuoti.  L'inquadratura successiva è fissa e riprende la scena di guerriglia, senza mai staccare, per quasi dieci minuti, una scena di massimo realismo, un piano sequenza che è la massima espressione della realtà al cinema, il rifiuto del montaggio e dell'ellissi, quello che André Bazin chiamava il "cinema senza cinema".

Ma la vera storia è un'altra, è quella del '69, quella del Day After - per dirla con Nicholas Meyer. La descrizione di un epoca piena di ombre, un tramonto interiore, manifestatosi esteriormente proprio attraverso ciò che prima sprizzava colori e vitalità. Un universo in cui le droghe (anch'esse decadute: ormai si fuma il Dross, oppio "di seconda qualità", ricavato dagli scarti dell'oppio) che prima occupavano una posizione decisamente marginale, prendono il sopravvento, diventano rifugio alternativo per l'essere umano, unica via di fuga da un modo disincantato. Anche l'arte subisce il suo contraccolpo, i quadri, sempre molto presenti, rappresentano la solitudine, la tristezza, lo sgomento, la malinconia di un mondo crollato, uomini senza testa. Il momento più alto si raggiunge però, attraverso la poesia: François e Lille, inquadrati di spalle mano nella mano camminano in una strada poco illuminata, allontanandosi dalla macchina da presa. Lui, nel recitare una delle sue poesie dice: "Camminare di notte insieme, chiudere gli occhi nel terribile frastuono del nulla".

Il film è tecnicamente perfetto, in pieno stile Nouvelle Vague, a cominciare dal montaggio: piani sequenza, jump-cut, inquadrature in profondità di campo, raccordi "sbagliati". Ma anche esempi di montaggio connotativo ejzenštejniano, come lo stacco dalla cassaforte in cui è contenuta una pistola ad un teschio riposto sulla scrivania. La stupenda fotografia di William Lubtchansky, già esperto fotografo degli autori della Nouvelle Vague, da Godard (Nouvelle Vague) a Rivette (La bella scontrosa) a Truffaut (La signora della porta accanto), incanta con un bianco e nero fortemente contrastato che trasporta lo spettatore in una dimensione onirica.

Un film che molto spesso è stato paragonato al bellissimo film di Bernardo Bertolucci, The Dreamers, altri l'hanno subito catalogato come l'anti-The Dreamers, ma in realtà i due film in comune hanno davvero poco. L'attore è lo stesso (Luis Garrel), il periodo è quasi lo stesso - il film di Bertolucci termina quando inizia quello di Garrel - ma poi i due lavori prendono strade differenti, così come lo sono gli obiettivi che si prefiggono. Il film di Bertolucci racconta la storia di tre adolescenti immersi nella Parigi del '68,  della loro perdita dell'innocenza e del passaggio all'età adulta. Il film di Garrel la storia di un ragazzo, della sua generazione e della sua epoca.
Purtroppo, o per fortuna, noi possiamo apprezzare il film solo ed esclusivamente grazie alla Mostra di Venezia che nel 2005 gli attribuì il premio speciale della giuria e il premio per la miglior fotografia, questo perché la distribuzione nelle sale italiane è stata pressocchè nulla. Vergogna!

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