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Di Alessandro Angelini con Giorgio Pasotti e Giorgio Colangeli
La prima edizione della Festa del cinema di Roma è stata decisamente deludente da quasi tutti i punti di vista, soprattutto da quello artistico. Si è trattato di una classica cerimonia di tipo veltroniano (Walter Veltroni si dimostra tanto competente e capace quando si parla di politica quanto confuso e privo di idee quando in ballo c'è lo spettacolo), all'insegna dell'ingiustificato festeggiamento e della mondanità, non certo un festival per innovatori e sperimentatori indipendenti. Una delle poche note intonate della manifestazione è proprio la pellicola dell'esordiente Alessandro Angelini, L'aria salata, resa ancor più bella da degli interpreti in stato di grazia.
Il film racconta la storia di Fabio, giovane ragazzo umile e dai buoni sentimenti, il quale lavora come educatore in un carcere di Roma dove, giorno dopo giorno, deve subire tutte le richieste, esposte con mezzi spesso non leciti, dei detenuti con i quali lavora, volte ad avere facilitazioni per delle uscite premio. Fabio però è un ragazzo che si è fatto da solo e sa cosa significa lottare per ottenere qualcosa e non cede mai, non abdica ai suoi principi in nessuna occasione, o quasi. La sua adamantina tenacia è minata dall'incontro con Sparti, un carcerato veterano, dentro per omicidio, avvolta in una nuvola di mistero.
Il trentunenne Alessandro Angelini, ha chiesto l'aiuto di Angelo Carbone per scrivere il soggetto e la sceneggiatura di un film che egli in parte ha già vissuto: non molti anni fa infatti, è stato volontario in un carcere di Roma, ha vissuto quasi tutto ciò che Fabio vive nel film, e ha sentito il bisogno di comunicarlo, di renderlo pubblico. Ma L'aria salata non è solo questo, è un film sulla responsabilità, sulla coscienza delle proprie azioni, e sulle conseguenze che queste ultime hanno su chi ti sta intorno. È un film sulla ricostruzione, la (ri)costruzione del rapporto tra Fabio (Giorgio Pasotti) e Sparti (Giorgio Colangeli), la ricostruzione della vita di entrambi, quella della intricata relazione di Fabio con la sua ragazza e infine quella dell'intera storia dei protagonisti, una ricostruzione che si completa col completarsi del film.
Un Giorgio Pasotti alla sua miglior interpretazione che si eleva al di sopra degli altri giovani attori italiani (Scamarcio, Santamaria, Muccino), riuscendo a comunicare al pubblico (tramite una sorta di acuto nervosismo e facile ansia) il dolore e gli effetti di una crescita avvenuta senza il padre, una vita vissuta nascendo da adulto, senza nessun tipo di agevolazioni paterne ("tu non sai cosa significa non essere mai stato preso in braccio!"). Ma la vera sorpresa si chiama Giorgio Colangeli (premiato alla manifestazione romana) che offre una interpretazione magistrale, mostrando una notevole fisicità e una grande espressività. Da segnalare è la scena in cui coinvolge gli altri detenuti nella simulazione di una gita turistica in precedenza negatagli.
La regia di Angelini è molto coinvolgente e trascina lo spettatore all'interno del film, sicuramente ammicca allo stile dei fratelli Dardenne, fatto di macchina a spalla che quasi mai si allontana più di mezzo metro dai protagonisti, ed in particolare il taglio registico somiglia molto a quelle de L'enfant, eccellente opera dei fratelli belgi.
Il film non sempre riesce a sfuggire alla trappole dei cliché e pecca di qualche lungaggine di troppo nel finale, ma nonostante ciò, Alessandro Angelini ci dimostra come anche con un budget limitato - anzi limitatissimo - ma con buone idee e capacità di metterla in atto si può arrivare ad un ottimo prodotto finale - il processo diametralmente opposto a quello compiuto da Mel Gibson con Apocalypto.
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