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Io ho paura

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Scritto da Laura Santabarbara   
Tuesday 12 June 2007

manifesto francese(Italia 1977) di Damiano Damiani con Gian Maria Volonté, Erland Josephson, Angelica Ippolito, Mario Adorf, Bruno Corazzari, Giorgio Cerioni.

 

La critica richiama solitamente il giudizio di M. Morandini di un “Cadaveri eccellenti” più modesto e rozzo. In effetti le due opere sono profondamente diverse. Al centro della trama del film di Francesco Rosi (tratto da un romanzo, “Il contesto” di Leonardo Sciascia) c’è sicuramente l’intreccio politico, che non consente al commissario Rogas di portare fino in fondo la sua indagine sugli omicidi di diversi magistrati e di giungere alla verità, destinata a rimanere avvolta nel mistero. Nel film di Damiani (sceneggiatura originale di Nicola Badalucco e Damiano Damiani) in primo piano, durante l’intero svolgimento della pellicola, ci sono, invece, le emozioni ed i sentimenti di un uomo, il brigadiere Ludovico Graziano che, dinanzi a fatti tanto paradossali quanto concreti, dovrà adoperarsi in ogni modo per difendere la sua stessa incolumità, mantenendo la propria coerenza ed integrità morale.

 

Graziano è una persona semplice ed al contempo acuta ed intelligente, ma soprattutto incredibilmente umana. Lo straordinario del film di Damiani e dell’interpretazione di Gian Maria Volonté è proprio di riuscire a creare un coinvolgimento profondo dello spettatore nelle vicende del protagonista, rimandando a quel senso di turbamento che costituiva il comune sentire di gran parte della popolazione di allora, durante quei terribili anni che hanno lacerato la nostra Repubblica.

“Io ho paura” è stato girato nel 1977. Sono passati solo pochi anni dalle stragi di Piazza della Loggia e del treno Italicus ed un anno dopo sarà la volta della strage della stazione di Bologna e dell’omicidio di Aldo Moro. Il ’77 è anche l’anno della riforma dei Servizi Segreti con la quale viene, tra le altre cose, stabilito per la prima volta che gli stessi rispondano ad un comitato parlamentare. Eppure in seguito i nomi di tutti i vertici dei Servizi Segreti verranno coinvolti nello scandalo della loggia massonica P2.

Lo svolgersi delle vicende nella pellicola viene descritto in modo lineare e consequenziale; comunque la narrazione segue il punto di vista del protagonista, senza pretendere di indagare i legami tra Stato, Servizi Segreti, terrorismo nero e magistratura, evidentemente a monte degli eventi dai quali il protagonista resterà travolto.

Il rispetto dei raccordi del Decoupage classico e del campo e contro campo, l’uso sapiente del piano sequenza rendono la narrazione ancora più limpida. A comunicare, invece, sin dall’inizio, un certo senso dell’assurdo, interviene l’idea di dar voce ai primi due cadaveri: un importante magistrato ed il brigadiere di scorta, che provano a spiegarci le ragioni della loro morte. “…Mi occupavo di inchieste sui rapimenti e sul riciclaggio di denaro sporco ed esportazione di valute, di attentati politici. In molti possono aver deciso di uccidermi”: le parole del giudice evocano il delitto del procuratore generale di Genova Francesco Coco, che mai fu disposto a trattare con i brigatisti rossi, dai quali fu assassinato nel giugno del 1976. Anche in quell’occasione restò ucciso il brigadiere di scorta. Toccanti le parole fatte pronunciare dal brigadiere ucciso: “Sei mesi fa raccoglievo le olive ma guadagnavo troppo poco per potermi sposare, perciò mi sono fatto raccomandare per entrare nella polizia. Chi ha ammazzato il giudice avrà avuto le sue ragioni, A me mi hanno ammazzato solo perché ero qui, sono stato sfortunato”. Il temperamento di Ludovico Graziano emerge per la prima volta attraverso le parole, chiare ed essenziali, che rivolge al Maggiore Masseria (Giorgio Cerioni), in difesa della memoria del collega, durante una discussione scaturita dalla protesta dei brigadieri per le condizioni in cui sono costretti a lavorare: il brigadiere ucciso era privo dell’esperienza necessaria a svolgere quel ruolo così delicato.

In seguito ricorrerà l’uso del suono interno (Chion) per dar voce ai pensieri di Graziano. Anche le scelte relative al sonoro risultano misurate ed adeguate alla narrazione, come nel caso del suono non simultaneo, che in un particolare momento della pellicola, attraverso le parole del capitano La Rosa (Bruno Corazzari), introduce per la prima volta la figura del giudice Cancedda (Erland Josephson). Anche solo quella prima inquadratura è sufficiente a rivelarci moltissimo del magistrato. Attaccato alle istituzioni, nella cui integrità crede fortemente, il giudice Cancedda non potrà che soccombere agli impenetrabili meccanismi del potere, restandone schiacciato psicologicamente, prima ancora di esserne ucciso.

Se è vero che il cosiddetto cinema politico quasi mai è stato né ha desiderato essere neutrale (Gian Piero Brunetta parla di un cinema che da una parte strizza l’occhio alle spinte eversive…) è anche vero che spesso ha saputo descrivere le debolezze di una certa parte della sinistra, legata a prese di posizione più che ad una profonda e radicata morale. Il personaggio di Gloria (Mariangela Ippolito) è in questo senso significativo. La donna non viene descritta nel contesto di una discussione politica, ma il modo in cui si confronta con Graziano basta a delinearne la sua fragilità, che non le consente di assumere una chiara posizione neanche circa i suoi stessi sentimenti, in netto contrasto con la semplicità e l’autenticità di quelli del poliziotto.

Diversi sono, dunque, gli spunti di riflessione offerti da questo film, apparentemente semplice, che quando uscì nelle sale ebbe il merito di insinuare negli spettatori, più o meno increduli, quanto meno l’idea dell’esistenza di ben fondati motivi per cui i fatti più terribili di quegli anni dovessero restare irrisolti. Io Ho Paura è quanto afferma, più di una volta, il brigadiere Graziano; perché è lecito avere paura delle cose che non si capiscono e che possono travolgere chiunque. Il senso di inquietudine di fronte a fatti che restano inspiegati non ci ha abbandonato. La visione del film oggi incoraggia il desiderio di decodificare quanto accaduto in passato, aiutandoci a porre le basi per analizzare il presente, prendendo una precisa posizione, quella di provare, quantomeno, ad inseguire sempre la verità.

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