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(Italia 1977) di Damiano
Damiani con Gian Maria Volonté, Erland
Josephson, Angelica Ippolito, Mario Adorf, Bruno Corazzari, Giorgio Cerioni.
La critica
richiama solitamente il giudizio di M. Morandini di un “Cadaveri eccellenti” più modesto e rozzo. In effetti le due
opere sono profondamente diverse. Al centro della trama del film di Francesco
Rosi (tratto da un romanzo, “Il contesto” di Leonardo Sciascia) c’è sicuramente
l’intreccio politico, che non consente al commissario Rogas di portare fino in
fondo la sua indagine sugli omicidi di diversi magistrati e di giungere alla
verità, destinata a rimanere avvolta nel mistero. Nel film di Damiani
(sceneggiatura originale di Nicola Badalucco e Damiano Damiani) in primo piano,
durante l’intero svolgimento della pellicola, ci sono, invece, le emozioni ed i
sentimenti di un uomo, il brigadiere Ludovico Graziano che, dinanzi a fatti
tanto paradossali quanto concreti, dovrà adoperarsi in ogni modo per difendere
la sua stessa incolumità, mantenendo la propria coerenza ed integrità morale.
Graziano è una
persona semplice ed al contempo acuta ed intelligente, ma soprattutto
incredibilmente umana. Lo straordinario del film di Damiani e
dell’interpretazione di Gian Maria Volonté è proprio di riuscire a creare un
coinvolgimento profondo dello spettatore nelle vicende del protagonista,
rimandando a quel senso di turbamento che costituiva il comune sentire di gran
parte della popolazione di allora, durante quei terribili anni che hanno
lacerato la nostra Repubblica.
“Io ho paura” è
stato girato nel 1977. Sono passati solo pochi anni dalle stragi di Piazza
della Loggia e del treno Italicus ed un anno dopo sarà la volta della strage
della stazione di Bologna e dell’omicidio di Aldo Moro. Il ’77 è anche l’anno della
riforma dei Servizi Segreti con la quale viene, tra le altre cose, stabilito per
la prima volta che gli stessi rispondano ad un comitato parlamentare. Eppure in
seguito i nomi di tutti i vertici dei Servizi Segreti verranno coinvolti nello
scandalo della loggia massonica P2.
Lo svolgersi
delle vicende nella pellicola viene descritto in modo lineare e consequenziale;
comunque la narrazione segue il punto di vista del protagonista, senza
pretendere di indagare i legami tra Stato, Servizi Segreti, terrorismo nero e
magistratura, evidentemente a monte degli eventi dai quali il protagonista
resterà travolto.
Il rispetto dei raccordi del Decoupage classico e del campo e contro campo, l’uso sapiente del piano sequenza rendono la narrazione ancora più limpida. A
comunicare, invece, sin dall’inizio, un certo senso dell’assurdo, interviene
l’idea di dar voce ai primi due cadaveri: un importante magistrato ed il
brigadiere di scorta, che provano a spiegarci le ragioni della loro morte. “…Mi occupavo di inchieste sui rapimenti e
sul riciclaggio di denaro sporco ed esportazione di valute, di attentati
politici. In molti possono aver deciso di uccidermi”: le parole del giudice
evocano il delitto del procuratore generale di Genova Francesco Coco, che mai
fu disposto a trattare con i brigatisti rossi, dai quali fu assassinato nel
giugno del 1976. Anche in quell’occasione restò ucciso il brigadiere di scorta.
Toccanti le parole fatte pronunciare dal brigadiere ucciso: “Sei mesi fa raccoglievo le olive ma
guadagnavo troppo poco per potermi sposare, perciò mi sono fatto raccomandare
per entrare nella polizia. Chi ha ammazzato il giudice avrà avuto le sue
ragioni, A me mi hanno ammazzato solo perché ero qui, sono stato sfortunato”.
Il temperamento di Ludovico Graziano emerge per la prima volta attraverso le
parole, chiare ed essenziali, che rivolge al Maggiore Masseria (Giorgio
Cerioni), in difesa della memoria del collega, durante una discussione
scaturita dalla protesta dei brigadieri per le condizioni in cui sono costretti
a lavorare: il brigadiere ucciso era privo dell’esperienza necessaria a
svolgere quel ruolo così delicato.
In seguito
ricorrerà l’uso del suono interno
(Chion) per dar voce ai pensieri di Graziano. Anche le scelte relative al
sonoro risultano misurate ed adeguate alla narrazione, come nel caso del suono non simultaneo, che in un
particolare momento della pellicola, attraverso le parole del capitano La Rosa (Bruno Corazzari),
introduce per la prima volta la figura del giudice Cancedda (Erland Josephson). Anche solo quella
prima inquadratura è sufficiente a rivelarci moltissimo del magistrato. Attaccato
alle istituzioni, nella cui integrità crede fortemente, il giudice Cancedda non
potrà che soccombere agli impenetrabili meccanismi del potere, restandone
schiacciato psicologicamente, prima ancora di esserne ucciso.
Se è vero che il
cosiddetto cinema politico quasi mai
è stato né ha desiderato essere neutrale (Gian Piero Brunetta parla di un
cinema che da una parte strizza l’occhio
alle spinte eversive…) è anche vero che spesso ha saputo descrivere le
debolezze di una certa parte della sinistra, legata a prese di posizione più
che ad una profonda e radicata morale. Il personaggio di Gloria (Mariangela
Ippolito) è in questo senso significativo. La donna non viene descritta nel
contesto di una discussione politica, ma il modo in cui si confronta con
Graziano basta a delinearne la sua fragilità, che non le consente di assumere
una chiara posizione neanche circa i suoi stessi sentimenti, in netto contrasto
con la semplicità e l’autenticità di quelli del poliziotto.
Diversi sono,
dunque, gli spunti di riflessione offerti da questo film, apparentemente
semplice, che quando uscì nelle sale ebbe il merito di insinuare negli
spettatori, più o meno increduli, quanto meno l’idea dell’esistenza di ben fondati
motivi per cui i fatti più terribili di quegli anni dovessero restare
irrisolti. Io Ho Paura è quanto
afferma, più di una volta, il brigadiere Graziano; perché è lecito avere paura delle cose che non si capiscono e che
possono travolgere chiunque. Il senso di inquietudine di fronte a fatti che
restano inspiegati non ci ha abbandonato. La visione del film oggi incoraggia
il desiderio di decodificare quanto accaduto in passato, aiutandoci a porre le
basi per analizzare il presente, prendendo una precisa posizione, quella di
provare, quantomeno, ad inseguire sempre la verità.
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