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Negli ultimi giorni si è tenuta a Napoli la rassegna "Il cinema dell'estremo Oriente" promossa dall' Associazione DongFang dedicata quest'anno alla cinematografia del pease del Sol Levante. L’artista di maggior spessore presente alla mostra era Kurosawa Kiyoshi, maestro dell’horror giapponese e non solo. Regista e sceneggiatore formidabile, capace di usare la musica come pochi altri realizzatori dandole una vera e propria funzione narrativa, creando atmosfere magiche che fanno dei suoi film qualcosa di piu unico che raro. Durante la rassegna il pubblico ha potuto assistere alla proiezione di un quartetto di film tratto dalla sua produzione più recente: Kyua/Cure(1997), Karusima/Charisma (1999) , Kairo/Pulse (2001) e Akarui mirai/Bright future (2004). Al termine della proiezione di Kairo abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo.
Kurosawa Kiyoshi nasce a Kobe, Hyogo-ken nel 1955, e si laurea in sociologia alla Rikkyo University dove come studente inizia il suo percorso di cineasta realizzando dei corti in 8mm, grazie ai quali vince un premio al Pia Film Festival nel 1980. Dopo aver lavorato come aiuto regista per Hasegawa Kazuhiko e Somai Shinji, Kurosawa fa il suo debutto alla regia nel 1983 con Kandagawa Warriors. Nel 1992 riceve il premio per la miglior sceneggiatura al Sundance Istitute Scholarship per Charisma e si trasferisce negli Stati Uniti dove nel 1997 scrive e dirige Cure, che ottiene apprezzamenti in ogni parte del globo. Da quel momento in poi i suoi film fanno parte dei più qualificati festival internazionali (Cannes, Venezia, Berlino e Toronto).
Quest’opera ha come tema centrale la solitudine, perché questa scelta e cosa ne pensa in merito?
Io credo che la solitudine sia uno dei più grandi problemi del mondo. Probabilmente qui a Napoli non è così, ma a Tokio la solitudine è molto frequente nell’ animo della gente, soprattutto nei giovani, proprio per questo ho deciso di fare un film sui giovani e con i giovani.
Kairo dopo una visione poco approfondita può sembrare un film pessimista ma se si è attenti ci si accorge che non è così, ciò si riscontra soprattutto nel finale…
Proprio così il film gode di un profondo ottimismo, ovviamente non tutte le persone sono uguali e solo alcune riescono a trovare la via della salvezza da una solitudine mortale. Io non sono una divinità o un essere dotato di poteri soprannaturali, non posso cambiare il mondo, ma confido nella capacità e nella virtù umane, credo che l’uomo sappia fare del bene e nel mio film mostro proprio questo, l’uomo che decide di cambiare in modo positivo la sua vita.
Parlando del finale del film, perché ha deciso una fine del genere?
Non lo so! Spesso faccio nei miei film delle cose senza saperne il motivo, o senza saperlo spiegare!
Nel film lei usa il computer e quindi la tecnologia come tramite tra il mondo dei viventi e quello dell’al di là, perché questa scelta?
Perché il computer è un mezzo di comunicazione straordinario per la sua efficienza, che ti consente di poter comunicare con una persona lontana con più sensi, la vista e l’udito, ciò aumenta le sensazioni e quindi ho pensato che fosse il modo migliore per collegare i due mondi. C’è da dire anche che quando ho girato il film internet era una scoperta ancora molto giovane ed era vista sotto un’ombra di mistero, la gente aveva paura di internet ed attorno ad esso giravano molte leggende. Le persone inizialmente erano inquietate da questo straordinario quanto sconosciute mezzo di comunicazione.
La tecnologia viene vista anche con un occhio molto critico e con un giudizio decisamente negativo, non è così?
Senza dubbio. Questo perché, come ho detto in precedenza il tema portante del mio film è la solitudine umana ed apparecchi come televisione, telefono e computer impediscono la socializzazione e incrementano l’isolamento e l’alienazione dal mondo. Il computer in particolare è diventato un oggetto abusato nella civiltà contemporanea, in Giappone, per esempio, ci sono ragazzi che arrivano a stare giornate intere davanti ad un monitor!
Ha visto il remake americano Pulse del suo Kairo?
No.
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