(Gran Bretagna 2007) di Ken Loach con Kierstone Wareing.
Quando si parla di cinema d'autore europeo ed in particolare inglese non si può non pensare a Ken Loach. Quando si parla di cinema di denuncia sociale, pure. Perché è questo il campo da gioco preferito del regista britannico che da un po' di anni si diverte a partecipare e molto spesso a vincere premi nei maggiori festival europei. In questo mondo libero è arrivato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con un Ken Loach ancora sull'onda della palma d'oro al festival di Cannes dell'anno scorso per Il vento che accarezza l'erba, film storico, ma pur sempre di denuncia. Questa volta non riesce a prendere il massimo riconoscimento soprattutto perché scalzato dal romeno 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, ma si accontenta del premio per la miglior sceneggiatura stesa dal compagno di molte avventure Paul Laverty.
E in effetti lo script è davvero la parte migliore, fin dall'inizio si creano le premesse per raccontare qualcosa di forte, turbante, ma al contempo originale. Il problema dell'immigrazione e dell'integrazione è stato affrontato da molti cineasti ed in diversi modi, ma mai l'istanza narrante si era focalizzata sui rapporti di forza ciclici e concentrici che si vengono a formare tra ricchi e poveri, onesti e disonesti: vittime che diventano carnefici e carnefici che divengono vittime.
Angie (una straordinaria Kierstone Wareing che si è vista strappare ingiustamente la coppa Volpi da una mascolina Kate Blanchett) ha infatti un arco drammatico molto chiaro, quasi ciclico che la vede prima come una dipendente d'azienda di primo piano pronta a fare fuori chiunque non risulti "idoneo", poi tagliata fuori dal quello stesso sistema senza spiegazioni. La tenace protagonista allora tenta di mettere su una sorta di rivoluzione dal basso inserendosi nel mondo in cui era prima in modo parallelo, piena di ottimismo e buone intenzioni. Purtroppo però finisce per essere risucchiata da un vortice inarrestabile che la trasforma in modo radicale: le sue intenzioni non sono più così buone, la sua personalità è ormai affondata nell'avidità e nell'egoismo tipici di chi è dall'altro lato della scrivania.
Questo film, molto duro e suggestivo, vede tra le sue più grandi pecche l'unilateralità dei punti di vista. I poveri alla fine sono costretti per forza di cose a rimanere poveri, i ricchi a godere della povertà dei primi, i quali si divorano a vicenda per non ottenere nulla. In più la seconda parte del film finisce per essere un po' troppo romanzata e melodrammatica, probabilmente perché le cose da dire (e da mostrare) sono ormai esaurite.
Ken Loach è un marxista di rara sapienza, ma pur sempre un marxista nel cui vocabolario la parola riformismo non figura, mentre il lemma "libero mercato" appare sempre insieme all'effige di un teschio e alla scritta Danger! Le sue idee, per quanto molto spesso avvalorate dalla realtà circostante, sono però ormai anacronistiche e questo film pur essendo impregnato di realismo, presenta una realtà non sempre espandibile alla moltitudine, alla società moderna, che molto spesso funziona in modo diverso.
|
Un'estate al MADRE
Comunque la prima sera c'era solo gente di spettacolo, ne...
Un'estate al MADRE
E' in streaming su neche.it, ma quel sito ti ammazza di v...
Un'estate al MADRE
Sapete dove posso vedere il documentario sulla danieli in...
Non è un paese per v...
I vecchi del titolo sono i portatori di valori antichi (l...
Paranoid Park
Gus Van Sant ha diverse anime. Quella commerciale (Will H...