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IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI

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Scritto da Laura Santabarbara   
Tuesday 13 November 2007

manifesto (Italia, 1970) di Vittorio De Sica, con Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Fabio Testi, Romolo Valli, Helmut Berger, Camillo Cesarei, Inna Alexeieff, Raffaele Curi.

Il film, Orso d’Oro a Berlino nel ‘71 ed Oscar come miglior film straniero nel ‘72, è tratto dal romanzo “Il Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani. Quando Vittorio De Sica lo diresse era passato molto tempo dagli anni del periodo neorealista, gli anni di “Sciuscià”, “Ladri di Biciclette” ed “Umberto D.”, quest’ultimo destinato a diventare film simbolo della teoria zavattiniana del pedinamento. Nel maggio del ’65 il regista confidava ad un giornalista dell’ “Europeo”: “Ho sempre un vivo desiderio di aggiungere un altro “Umberto D.” al mio attivo. Non si può solo far film per tutti, il linguaggio va portato avanti: le tematiche rinnovate” (Brunetta, “Cent’anni di cinema italiano”). De Sica non riuscirà più a tener fede al suo proposito. Eppure “Il Giardino dei Finzi Contini” otterrà un giusto consenso di pubblico e di critica, forse proprio perché, pur trattando un tema difficile e delicato, è un film per tutti, nel senso più prosaico, capace cioè di andare dritto al cuore del pubblico e di far riflettere su quanto difficilmente abbiamo potuto rivedere su una pellicola cinematografica: non il dramma delle deportazioni e le violenze nei campi di sterminio, ma la progressiva imposizione, con l’emanazione delle leggi razziali tra il ’38 ed il ’39,  di sempre più gravi limitazioni nei diritti di alcuni cittadini (dal divieto di avere domestici, nomi sul libro del telefono, necrologi sui giornali, alla proibizione di matrimoni misti, dell’iscrizione alle scuole statali…), ledendo gradualmente la dignità di persone come tutte le altre, con i propri pregiudizi, vizi, virtù e sentimenti.

In una delle sequenze più celebri del film, Giorgio sottolinea come siano ormai costretti a vivere come cittadini “di serie C”,  rispondendo al tentativo del padre di minimizzare l’impatto delle leggi razziali sulla possibilità di vivere una vita ancora dignitosa. Le sequenze più intense ed anche le più fedeli al romanzo, nel corso della narrazione, sono proprio quelle relative al confronto tra il padre ed il figlio, grazie all’interpretazione a dir poco convincente dei due attori, Lino Capolicchio, nella parte di Giorgio, e Romolo Valli, che interpreta il padre.

Giorgio, figlio di una famiglia della buona borghesia ferrarese, è innamorato della splendida e sfuggente Micòl Finzi Contini. L’emanazione delle leggi razziali e la conseguente espulsione degli ebrei dal circolo del tennis convincerà i Finzi Contini a rinunciare a quella riservatezza che da sempre li aveva distinti dal resto della comunità, per aprire il proprio magnifico giardino ed il loro campo da tennis a giovani non solo ebrei. Da questo momento Giorgio sentirà sempre più forte il legame nei confronti non solo di Micòl ma della intera famiglia Finzi Contini, un legame che continuerà a portare dentro di sé per il resto della vita.

Quando la società di produzione “Documento Film” acquistò i diritti del libro di Bassani ed offrì la regia a Vittorio De Sica, la sceneggiatura venne affidata allo stesso Bassani ed a Vittorio Bonicelli. Il copione non doveva però rispondere alle aspettative del regista, che aveva intanto già scritturato tecnici ed attori per dare quanto prima inizio alle riprese. Il produttore Fausto Saraceni per la revisione della sceneggiatura decise, allora, di ingaggiare Ugo Pirro. Lo scrittore, non condividendone le modifiche, ritirò la sua firma dalla sceneggiatura mantenendo in seguito un atteggiamento di diffidenza nei confronti della pellicola. Spiega Gualtiero De Santi (“il castoro cinema”): “Le ragioni per cui il film non incontrò il suo favore erano da attribuire al fatto che esso tradisse o in parte mutasse lo spirito del romanzo – detto brevemente, i movimenti della memoria e dell’interiorità – ma anche al modo in cui fu trattata la figura del padre, da Bassani particolarmente avversata”. Evidenzia, ancora, De Santi che Bassani conosceva perfettamente cosa fossero una riduzione ed un trattamento avendo collaborato a decine di copioni… Vale la pena ricordare anche quali siano stati i commenti di Ugo Pirro alla vicenda, che nel suo libro “Soltanto un nome nei titoli di testa” racconta la propria sorpresa nel leggere la prima stesura della sceneggiatura, così lontana dal romanzo, secondo la quale il film avrebbe dovuto aprirsi sulla piazza del castello estense presidiata dai tedeschi. “Quegli elmetti pesanti, quegli stivali dei soldati, i cinturoni su cui era inciso il motto “Gott mit uns” erano già comparsi in centinaia di film…” racconta lo sceneggiatore, “…Con De Sica decidemmo di far sparire i tedeschi in divisa… Li sostituimmo con fascisti e tedeschi in borghese, si distinguevano dal portamento, da qualche distintivo o da una camicia nera. Tanto bastò per rendere la loro crudeltà, il sadismo del loro formalismo…” Pirro spiega, inoltre, che il motivo di maggiore sdegno per lo scrittore fu dovuto al fatto che, dal momento che suo padre non era stato deportato, ci si era arrogati il diritto di modificare la sua vita. Lo sceneggiatore si mostra quindi sorpreso del così totale riconoscersi nella vicenda da parte dello scrittore.

Il romanzo di Bassani è il racconto di un viaggio interiore nel ricordo, nella coscienza, nel dolore e nell’amore, non ricambiato, per una donna straordinaria. Cercare di trasferire senza banalizzazioni una storia così intima e completa, che si staglia in un contesto storico-sociale difficile, assorbendone costantemente l’inquietudine ma continuando a vivere autonomamente, non deve essere stata un’ impresa semplice. E’ innegabile che la storia narrata dal libro sia stata non poco riveduta nella sceneggiatura, considerando che le parole dovevano divenire immagini, squarci visivi ed uditivi capaci però di rievocare quello stesso spirito poetico e nostalgico presente nel libro, naturalmente con un linguaggio diverso, quello del cinema. Così anche se sullo schermo manca la sviscerata passione per i suoi lattimi e per lo skiwasser, bibita della quale non potrebbe mai fare a meno, l’orgogliosa ed intelligente Micòl del romanzo prende vita sulla pellicola grazie alla perfetta interpretazione di Dominique Sanda, bellissima, distante ed umana nello stesso tempo, come lo è il suo puntiglio nei confronti di Giampiero Malnate, che tradisce l’ attrazione che ella in realtà prova per lui, così come il suo osservare il fratello Alberto, richiamandolo con dolce fermezza, quando egli mostra la sua debolezza per l’amico, del quale è evidentemente innamorato. Ma l’immagine che più di ogni altra illumina il personaggio di Micòl, che prende corpo nel corso delle 240 pagine del romanzo, appartiene proprio ad una delle scene costruite sulla parte mai raccontata dallo scrittore ed introdotta dalla sceneggiatura di Pirro, quando i fascisti, giunti a casa Finzi Contini per prelevarli, li chiamano all’appello e la ragazza appare sulla cima delle scale pronunciando il proprio nome, il cui accento era stato sbagliato dal gretto questurino fascista di turno.

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