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(Italia, 1970) di Vittorio De
Sica, con Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Fabio Testi, Romolo Valli, Helmut
Berger, Camillo Cesarei, Inna Alexeieff, Raffaele Curi.
Il film, Orso d’Oro a Berlino nel
‘71 ed Oscar come miglior film straniero nel ‘72, è tratto dal romanzo “Il
Giardino dei Finzi-Contini” di Giorgio Bassani. Quando Vittorio De Sica lo
diresse era passato molto tempo dagli anni del periodo neorealista, gli anni di
“Sciuscià”, “Ladri di Biciclette” ed “Umberto D.”, quest’ultimo destinato a diventare
film simbolo della teoria zavattiniana del
pedinamento. Nel maggio del ’65 il regista confidava ad un giornalista
dell’ “Europeo”: “Ho sempre un vivo
desiderio di aggiungere un altro “Umberto D.” al mio attivo. Non si può solo
far film per tutti, il linguaggio va portato avanti: le tematiche rinnovate”
(Brunetta, “Cent’anni di cinema italiano”). De Sica non riuscirà più a tener
fede al suo proposito. Eppure “Il Giardino dei Finzi Contini” otterrà un giusto
consenso di pubblico e di critica, forse proprio perché, pur trattando un tema
difficile e delicato, è un film per tutti,
nel senso più prosaico, capace cioè di andare dritto al cuore del pubblico e di
far riflettere su quanto difficilmente abbiamo potuto rivedere su una pellicola
cinematografica: non il dramma delle deportazioni e le violenze nei campi di
sterminio, ma la progressiva imposizione, con l’emanazione delle leggi razziali
tra il ’38 ed il ’39, di sempre più
gravi limitazioni nei diritti di alcuni cittadini (dal divieto di avere
domestici, nomi sul libro del telefono, necrologi sui giornali, alla
proibizione di matrimoni misti, dell’iscrizione alle scuole statali…), ledendo
gradualmente la dignità di persone come tutte le altre, con i propri pregiudizi,
vizi, virtù e sentimenti.
In una delle sequenze più celebri
del film, Giorgio sottolinea come siano ormai costretti a vivere come cittadini
“di serie C”, rispondendo al tentativo del padre di
minimizzare l’impatto delle leggi razziali sulla possibilità di vivere una vita
ancora dignitosa. Le sequenze più intense ed anche le più fedeli al romanzo, nel
corso della narrazione, sono proprio quelle relative al confronto tra il padre
ed il figlio, grazie all’interpretazione a dir poco convincente dei due attori,
Lino Capolicchio, nella parte di Giorgio, e Romolo Valli, che interpreta il
padre.
Giorgio, figlio di una famiglia
della buona borghesia ferrarese, è innamorato della splendida e sfuggente Micòl
Finzi Contini. L’emanazione delle leggi razziali e la conseguente espulsione degli
ebrei dal circolo del tennis convincerà i Finzi Contini a rinunciare a quella
riservatezza che da sempre li aveva distinti dal resto della comunità, per
aprire il proprio magnifico giardino ed il loro campo da tennis a giovani non
solo ebrei. Da questo momento Giorgio sentirà sempre più forte il legame nei
confronti non solo di Micòl ma della intera famiglia Finzi Contini, un legame
che continuerà a portare dentro di sé per il resto della vita.
Quando la società di produzione “Documento
Film” acquistò i diritti del libro di Bassani ed offrì la regia a Vittorio De
Sica, la sceneggiatura venne affidata allo stesso Bassani ed a Vittorio
Bonicelli. Il copione non doveva però rispondere alle aspettative del regista,
che aveva intanto già scritturato tecnici ed attori per dare quanto prima
inizio alle riprese. Il produttore Fausto Saraceni per la revisione della
sceneggiatura decise, allora, di ingaggiare Ugo Pirro. Lo scrittore, non
condividendone le modifiche, ritirò la sua firma dalla sceneggiatura mantenendo
in seguito un atteggiamento di diffidenza nei confronti della pellicola. Spiega
Gualtiero De Santi (“il castoro cinema”): “Le
ragioni per cui il film non incontrò il suo favore erano da attribuire al fatto
che esso tradisse o in parte mutasse lo spirito del romanzo – detto brevemente,
i movimenti della memoria e dell’interiorità – ma anche al modo in cui fu
trattata la figura del padre, da Bassani particolarmente avversata”. Evidenzia,
ancora, De Santi che Bassani conosceva perfettamente
cosa fossero una riduzione ed un trattamento avendo collaborato a decine di
copioni… Vale la pena ricordare anche quali siano stati i commenti di Ugo Pirro
alla vicenda, che nel suo libro “Soltanto un nome nei titoli di testa” racconta
la propria sorpresa nel leggere la prima stesura della sceneggiatura, così
lontana dal romanzo, secondo la quale il film avrebbe dovuto aprirsi sulla
piazza del castello estense presidiata dai tedeschi. “Quegli elmetti pesanti, quegli stivali dei soldati, i cinturoni su cui
era inciso il motto “Gott mit uns” erano già comparsi in centinaia di film…”
racconta lo sceneggiatore, “…Con De Sica
decidemmo di far sparire i tedeschi in divisa… Li sostituimmo con fascisti e
tedeschi in borghese, si distinguevano dal portamento, da qualche distintivo o
da una camicia nera. Tanto bastò per rendere la loro crudeltà, il sadismo del
loro formalismo…” Pirro spiega, inoltre, che il motivo di maggiore sdegno per
lo scrittore fu dovuto al fatto che, dal momento che suo padre non era stato
deportato, ci si era arrogati il diritto di modificare la sua vita. Lo
sceneggiatore si mostra quindi sorpreso del così totale riconoscersi nella
vicenda da parte dello scrittore.
Il romanzo di Bassani è il
racconto di un viaggio interiore nel ricordo, nella coscienza, nel dolore e
nell’amore, non ricambiato, per una donna straordinaria. Cercare di trasferire senza
banalizzazioni una storia così intima e completa, che si staglia in un contesto
storico-sociale difficile, assorbendone costantemente l’inquietudine ma continuando
a vivere autonomamente, non deve essere stata un’ impresa semplice. E’
innegabile che la storia narrata dal libro sia stata non poco riveduta nella
sceneggiatura, considerando che le parole dovevano divenire immagini, squarci
visivi ed uditivi capaci però di rievocare quello stesso spirito poetico e
nostalgico presente nel libro, naturalmente con un linguaggio diverso, quello del
cinema. Così anche se sullo schermo manca la sviscerata passione per i suoi
lattimi e per lo skiwasser, bibita della quale non potrebbe mai fare
a meno, l’orgogliosa ed intelligente Micòl del romanzo prende vita sulla
pellicola grazie alla perfetta interpretazione di Dominique Sanda, bellissima,
distante ed umana nello stesso tempo, come lo è il suo puntiglio nei confronti
di Giampiero Malnate, che tradisce l’ attrazione che ella in realtà prova per
lui, così come il suo osservare il fratello Alberto, richiamandolo con dolce
fermezza, quando egli mostra la sua debolezza per l’amico, del quale è
evidentemente innamorato. Ma l’immagine che più di ogni altra illumina il personaggio
di Micòl, che prende corpo nel corso delle 240 pagine del romanzo, appartiene
proprio ad una delle scene costruite sulla parte mai raccontata dallo scrittore
ed introdotta dalla sceneggiatura di Pirro, quando i fascisti, giunti a casa
Finzi Contini per prelevarli, li chiamano all’appello e la ragazza appare sulla
cima delle scale pronunciando il proprio nome, il cui accento era stato
sbagliato dal gretto questurino fascista di turno.
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