(Giappone 1953) di Mizoguchi Kenji con Machiko Kyo, Masayuki Mori, Sakae Ozawa e Kinuyo Tanaka.
Dopo essersi affermato in Giappone come grandissimo regista cinematografico grazie a opere straordinarie quali O-sen delle cicogne di carta, Le sorelle di Gion, La storia dell'ultimo crisantemo e La vendetta dei quarantasette ronin, ed essersi fatto conoscere al grande pubblico occidentale con Vita di O-Haru donna galante, che ricevette il premio internazionale alla Mostra di Venezia nel 1952, Mizoguchi Kenji dimostra definitivamente la sua immensa statura con il film I racconti della luna pallida d'agosto anche esso premiato a Venezia con il Leone d'argento nel 1953 in ex aequeo con quattro film tra cui I vitelloni di Federico Fellini.
Il film si presenta fin dalla sua genesi molto complesso, infatti è tratto da due distinte novelle, L'albergo di Asaji e La lubricità del serpente, entrambe di Akinari Ueda, pubblicate nel 1776. La trama è inquadrata storicamente nel sedicesimo secolo, nel periodo in cui scoppiano le guerre imperiali, e affronta in modo prima convergente, poi divergente, poi parallelo e poi di nuovo convergente le storie di due uomini, il primo un vasaio (Masayuki Mori) in cerca di fortuna e desideroso di dimostrare il suo valore nella sua arte e il secondo un contadino (Sakae Ozawa) che sogna di diventare un samurai di successo e raggiungere la gloria. Il primo durante il suo viaggio viene sedotto da una fantomatica principessa (Machiko Kyo), bella e dannata, dall'aura misteriosa e malinconica, la quale lo persuade a rimanere nella sua casa in veste di suo nuovo marito. Il vasaio quando ritornerà a casa scoprirà che la moglie (Kinuyo Tanaka) è morta ammazzata da banditi fanatici. Il secondo riesce, grazie anche ad alcuni eventi particolarmente fortunosi, a diventare un samurai, e con astuzia furbizia e viltà raggiungerà anche la gloria tanto desiderata, ma tutto ciò sarà vano perché proprio all'apogeo della sua felicità scopre che la moglie durante la sua assenza è stata violentata e si è data alla prostituzione.
Il raddoppiare delle storie, provenienti dalle due novelle, raddoppia la complessità dell'opera che consente a Mizoguchi di parlare dell'uomo e della donna in modo più ampio e sfaccettato, dividendo due personaggi tematicamente e semanticamente complementari..
L'autore descrive e mostra una società dominata dall'apparenza, e che proprio in apparenza è maschile e maschilista, in cui la supremazia fisica prevarica ogni cosa e ogni buon proposito viene spazzato via dalla violenza. In questo mondo la donna si colloca in una posizione di minor rilievo apparente ma di maggiore sostanza: ella è il vero e proprio motore della società (emblematiche sono infatti le scene della moglie del vasaio che gira l'attrezzo che "dà vita" al vaso, e la moglie del contadino che fa da timoniera dell'imbarcazione che porta i due uomini in città), un motore però oscurato e prevaricato dalla violenza sterile degli uomini.
Le storie dei due uomini servono a Mizoguchi per analizzare il rapporto realtà-apparenza nella società ed in particolare il regista nel corso di tutto il film contrappone la stabilità alla gloria temporanea, aleatoria e volatile. Lo fa con delle frasi di vecchi saggi ("il guadagno in tempo di guerra è destinato ad esaurirsi in breve tempo"), con delle canzoni poetiche (come quella splendida della principessa fantasma), con degli avvertimenti di figure religiose, ma soprattutto con le sue straordinarie immagini rappresentate da piani sequenza nei momenti più drammatici e da un montaggio abbastanza frenetico, in quelli più concitati.
Ma la vera forza di questo film e dell'intera opera mizoguchiana sta nella rappresentazione della donna, resa già in modo ineguagliabile dal precedente Vita di O-Haru donna galante, e che qui raggiunge la perfezione perché scissa in due personaggi che insieme costituiscono un'unica grande donna che racchiude tutta l'essenza e la concezione della donna di Mizoguchi Kenji. La donna è un' infaticabile lavoratrice, un'affettuosa moglie, una dolce mamma, ma anche un'umile servitrice, l'immagine antropomorfizzata della Ginestra leopardiana che si piega ma non si spezza, che subisce inerme ogni cosa senza segni di risposta o reazione, ma neanche di cedimento alcuno. Una donna che al ritorno a casa del marito non vuole sapere (anche se sa) gli errori che egli ha fatto, vuole solo godere della serenità ritrovata, perché sa perdonare; che anche da defunta rimane sempre lì come figura guida motore inesauribile della famiglia e della società.
Un film che rimane e rimarrà un caposaldo dell'intera cinematografia mondiale, una delle vette più alte mai toccate dalla settima arte.
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