(Italia 2008) di Gianni di Gregorio con Gianni di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata, Marina Caciotti
In Piccola posta Sordi/Rodolfo Vanzino di Castelfusano d'Arezzo vessava donne anziane. Il protagonista dell'esordio dietro (ma anche davanti) la m.d.p. di Gianni di Gregorio, non arriva a tanto, ma l'indolenza nonché la totale mancanza di pudore con la quale accetta soldi dalle vecchiette momentaneamente ospiti di casa sua, ricordano quella dei mitici personaggi di Albertone. E' questo tratteggio dei caratteri (che dire dell'amministratore piagnone che fugge con l'amante?) il pregio del film, ché lo stile (sarebbe piaciuto a Zavattini, ma forse non a Pasolini) è abbastanza risaputo.
(Usa 2006) di William Friedkin con Ashley Judd, Michael Shannon, Harry Connick jr.
Si dice che il cinema italiano non sappia più raccontare il presente. Direi che la considerazione potrebbe essere ancora più inquietante: il sistema politico, in questo paese, non vuole che i media, tutti i media, di qualsiasi paese, raccontino il presente. Solo così si spiega l'ostracismo subito, da parte dell'italica distribuzione, da tre delle pellicole più illuminanti sulla condizione umana attuale: Redacted di De Palma, Diary of the Dead di Romero e questo Bug di William Friedkin. Che, come una blatta, ti entra in vena ed inquina il tuo sangue, impedendoti di uscire indenne dalla visione. Ora, a due anni dalla presentazione nella Quinzane des realisateurs a Cannes, viene distribuito in DVD in maniera carbonara. Ma recuperatelo, anche solo per assistere ad uno spettacolo che si chiama Ashley Judd.
Cast : Kurt Russell. Dennis Dun, Kim Catrall, James Hong, Victor Wong
Jack Burton (Kurt Russel) è un camionista spaccone che si ferma a San Francisco per passare insieme al suo amico Wang Chi (Dennis Dun) una notte all’insegna di scommesse clandestine; il giorno seguente i due amici si recano all’aereoporto per accogliere la futura moglie di Wang, in arrivo dalla Cina, Mao Jin. Sembra andare tutto per il verso giusto quando i Signori della Morte, la banda più pericolosa di Chinatown, rapiscono la “promessa” di Wang «la ragazza cinese con gli occhi verdi». Da qui in poi, l’eroe di turno con la sua inseparabile spalla, dovrà vedersela con una Chinatown da loro sconosciuta fatta di uomini ultracentenari, magia nera cinese, mostri, maghi, “sette” segrete, «esplosioni verdi, gente che entra ed esce volando» e tanto ancora.Grosso guaio a Chinatown è la perfetta fusione tra il cinema con arti marziali di Honk Kong e il puro action movie americano anni 80 (di cui conserva più di tutto i dialoghi frizzanti), con qualche elemento che anticipa i film di ultima generazione. John Carpenter sceglie per il suo personaggio principale Kurt Russel, che aveva già diretto, con buoni risultati ne "La cosa" e "Fuga da New York" ed è proprio lo stretto legame ormai consolidato tra i due, che confeziona una interpretazione memorabile dell’attore/pupillo di Carpenter che sullo schermo si presenta smaliziato, convincente e tremendamente in parte. Jack Burton è “l’eroe giusto" nel posto sbagliato; la sua figura è profondamente e volutamente ironica (basti pensare l’intenzione del regista già nel titolo originale : Big Trouble In Little China) e consapevole dei propri limiti in un avventura surreale più grande di lui; proprio per questo motivo troviamo nel film un ribaltamento delle posizioni eroe-spalla poco comune nella storia del cinema. Il cast è scelto alla perfezione, ottima anche l’intepretazione di Dennis Dun. Magistrali sia le riprese che il montaggio frenetico, che da sempre l’idea di un azione incalzante e di un ritmo serrato, ma l’abilità di Carpenter possiamo notarla soprattutto nella scelta delle location che, oltre ad essere curatissime e trasudanti di personalità propria, immergono lo spettatore nella storia. Incisive le musiche, curate dallo stesso Carpenter ed anche gli effetti speciali, che a distanza di anni, convincono ancora. Capolavoro.
La frase > Wang : Jack sei pronto ?! Kack : ... sono nato pronto!!
Cast : Ellen Page, Michael Cena, Jennifer Garner, J.K. Simmons
La regia è di Jason Reitman (il figlio di Ivan Reitman, creatore di Ghostbuster), che aveva già convinto con il suo "Thank you for smoking", ma le firme più significative su questo piccolo capolavoro sono di Diablo Cody e Ellen Page. La prima, scrittrice ed ex-spogliarellista, inventa per il film una sceneggiatura ritmata, fresca e raffinata - vincitrice infatti di un oscar, un golden globe e capace di far vincere alla pellicola il premio di "miglior film" alla Festa del cinema a Roma e di accaparrarsi la vittoria in ben tre categorie nei Film's Indipendent Spirit Award - capace di esaltare tutte le sfaccettature del carattere dell'irriverente Juno, anche grazie ai dialoghi mai banali che si vengono a creare con gli altri personaggi nella sua dis-avventura. Ellen Page dal canto suo, al suo secondo film da attrice protagonista, sfoggia una interpretazione straordinaria, confermandosi una promessa importante per il cinema indipendente (e non). Nonostante il film ci proponga dei temi importanti, senza mai però arrivare ad una soluzione, il personaggio di Juno ci esalta e ci diverte; con il suo atteggiamento anticonformista infatti, Juno non ci propone delle soluzioni ma oggettivamente - come sono state da molti definite - la sua semplicità nel prendere decisioni importanti e la sua tranquillità nel vivere situazioni che siamo abituati a guardare con terrore, sono più che altro un inno alla vita. Ultima nota positiva del film sono le musiche che, anche se a volte un pò invasive, reggono comunque bene il ritmo; buona scelta per le ambientazioni, i colori e di qualche effetto grafico.
(Usa 2008) di David Gordon Green con Seth Rogen, james Franco, Rosie Perez, Gary Cole, Danny McBride
Non ha al suo attivo tanti titoli, ma la Comme/D.E.A. (ammirate il
gioco di parole!, anche se in America queste pellicole si chiamano "stoners") può aspirare almeno al rango di filone. Half Baked, Il grande Lebowski, American Trip ed il seguito Harold & Kumar Goes to Guantanamo, Fatti, strafatti e strafighe trovano nella dipendenza dal "fumo" dei propri protagonisti la
motivazione drammaturgica per intessere vicende al limite dell'assurdo,
quasi che tutto ciò che succede venisse "filtrato" dalla mente
annebbiata dei personaggi. Non fa eccezione Strafumati che ha un
incipit da "guerra fredda" con un Bill Hader strepitoso. Poi non
mantiene quanto promesso, ma qua e là si ride.
(Gb, Germania, Spagna 2007) di Brad Anderson con Woody Harrelson, Emily Mortimer, Eduardo Noriega, Ben Kingsley
Dopo l'infatuazione (non ancora sfumata) per l'horror orientale, il
cinema occidentale sembra attratto dall'orrore di un altro Est: quello
europeo. Sulla scia di Hostel, Severance, Ils, si colloca l'opus 3 di Brad Anderson che crea un immaginario ponte tra
i due Oriente. Il viaggio dei coniugi Roy e Abby parte dalla Cina ed
attraversa la Siberia e la Russia dove i "fantasmi" del comunismo hanno
lasciato il posto ai concreti mostri del "capitalismo": droga, mercato
del sesso e della tortura a pagamento. Certo Eli Roth è più politico,
mentre a Brad interessa omaggiare il noir (Hitchcock, il Fleisher di Le jene di Chicago). Ma il ritmo langue.
(Usa 2008) di Ridley Scott con Leonardo Di Caprio, Russell Crowe, Mark Strong, Golshifteh Farahani
Il sodalizio tra Scott e Crowe, cominciato male (Il gladiatore è uno dei film più brutti e sopravvalutati della storia del cinema, mentre su Un'ottima annata glissons), ha cominciato a dare ottimi frutti da American Gangster.
Di cui questo Nessuna verità sembra essere un corollario quanto a
strategia (due nomoni dello star system che sullo schermo non si
incontrano quasi mai), mentre si conquista il suo posto nella
filmografia sulla lotta al terrorismo internazionale di matrice araba
(non certo ricchissima). Un Crowe mimetico ed un Di Caprio deniriano
impreziosiscono il copione di Monahan.
(Usa 2008) di Paul W.S.Anderson con Jason Statham, Ian McShane, Tyrese Gibson, Natalie Martinez, Joan Allen
Il B movie nel XXI secolo è uno sporco lavoro. E Paul W.S.Anderson lo fa bene. Non gli si può certo chiedere l'humour di Paul Bartel, ma c'è da dire che l'America, nel frattempo, è davvero in crisi. Il regista di Resident Evil mescola all'idea originale della corsa automobilistica quella della mattanza in diretta tv tra detenuti che viene da L'implacabile
di Paul Michael Glaser e Stephen King, riempie il set di facce da B
(Statham, Tyrese Gibson) e dopo 40 minuti di prologo (noiosetti) spinge
l'acceleratore ed allora sì che ci si diverte!
(Israele 2006) di Oded Davidoff con Bar Belfer, Yonatanan Bar Or, Yuval Mendelson
Il romanzo di Grossman guarda a Dickens (Pesach è un Fagin del Terzo
Millennio), l'adattamento che ne fa Davidoff guarda al neorealismo.
Ecco allora che non ci viene risparmiato nessun tic degli epigoni
moderni di Zavattini & Co.: troupe leggera ed amalgama (è vero
Bazin?) tra professionisti e non professionisti (lo sono anche i due
efficaci protagonisti). Il montaggio alternato non simultaneo, però, è
un escamotage degno di J.J.Abrams sicché calano sul film le stesse
ombre di freddo calcolo che si addensano sulle opere dell'autore
israeliano.
(Italia 2008) di Enrico Oldoini con Massimo Boldi, Simona Ventura, Enzo Salvi, Biagio Izzo, Nino Frassica, Teresa Mannino
Non è peggio di Matrimonio alle Bahamas,
ma solo perché anche questo era una schifezza difficilmente
catalogabile. I "CRITICI" tirano in ballo le citazioni (i Vacanze di
Natale all'inizio e poi bla bla bla), ma prendere l'epilogo di A qualcuno piace caldo e parafrasarlo con Enzo Salvi che apostrofa Izzo en travesti con un "a
me me piace la patata mica il pesce!", è sacrilegio. Resta che Nino
Frassica fa ridere, ma su chi scrive è un effetto che fa
ininterrottamente da Quelli della notte.
(Usa 2008) di Neil Labute con Patrick Wilson, Samuel L. Jackson, Kerry Washington
Anche Labute è cascato nel neighborhood abuse movie. Certo è l'aria che tira, è forse anche il flop di Il prescelto
che lo hanno spinto a ripiegare sul thriller. Il plot, ad onor del
vero, cerca di infondere al genere germi di novità (il razzista qui è
un afroamericano) e fin quando il regista cerca lo studio dei
caratteri, ci si annoia ma l'impianto regge. L'ultima mezz'ora, invece,
parrebbe girata da un Alan Smithee qualunque.
(Spagna 2007) di Juan Antonio Bayona con Belen Rueda, Fernando Cayo, Roger Princep, Mabel Rivera, Geraldine Chaplin
7 Goya vinti in patria e candidato spagnolo all'Oscar, The Orphanage, ad esser sinceri, più che fenomeno è Phenomena. Il plot, infatti, è debitore del film d'Argento almeno quanto lo è di Poltergeist
(con Geraldine Chaplin medium al posto di Zelda Rubinstein), ma, visto il gran
parlare che se ne è fatto, un po' se ne esce delusi. Certo l'unhappy
end stringe il cuore, ma anche qui siamo nella convenzione più totale.
Sta di fatto che pellicole così in Italia non siam più capaci di farne.
(Usa/Gb 2008) di Marc Forster con Daniel Craig, Olga Kurylenko, Mathieu Amalric, Judi Dench
A 007 gli autori stanno stretti. I migliori registi della serie, non a
caso, sono solidi artigiani quali Terence Young e Martin Campbell. Il
nuovo corso segna a suo vantaggio diversi punti: maggior ruvidezza di
Bond (cui contribuisce l'ottimo Craig), struttura davvero seriale
(questo è un sequel sequel di Casino Royale)
e cattivi storicamente plausibili (Greene è uno speculatore che vuole
arricchirsi grazie all'accaparramento delle risorse idriche). Forster,
però, è impacciato nelle scene d'azione (a differenza di Greengrass in The Bourne Ultimatum) e quando si atteggia a Coppola (all'Opera).
(Usa 2005) di David Slade con Patrick Wilson, Ellen Page, Sandra Oh, Jennifer Holmes
Buono spunto. Una volta bruciato il colpo di scena (chi è la vittima e
chi il carnefice), però, lo sceneggiatore cerca meticolosamente di
"mametizzare", attraverso un eccesso di verbosità, ciò che c'è sotto:
pura exploitation. Non ci si faccia ingannare dalla tematica. La
pedofilia è il sugo piccante di un piatto sciapo che Slade, al suo
esordio dietro la m.d.p., condisce di spezie videoclippare che,
successivamente, utilizzerà (meglio, come meglio adopererà le sue doti
di scrittore Brian Nelson) in 30 giorni di buio.
(Gb 1973) di Robin Hardy con Edward Woodward, Britt Ekland, Christopher Lee, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Lindsay Kemp
Vedendo l'originale di Robin Hardy, si capisce ancor meglio quanto abbia "toppato" il remake un Neil Labute ormai in caduta libera (vedi anche il successivo La terrazza sul lago).
La dialettica monoteismo/paganesimo politeistico che contrappone il
rigido ufficiale Howie all'epicureo Lord Summerisle viene
rappresentata, per immagini, attraverso il costante raccordo di sguardo
tra il panico del protagonista e le paniche manifestazioni sessuali,
rituali, musicali (le canzoni sembrano scritte da un Benigni, prima
maniera, in vena) degli abitanti dell'isola. Epilogo indimenticabile.
Tema ricorrente degli ultimi
tempi, ma soprattutto un tema che sta particolarmente a cuore a noi partenopei,
Wall-e prende in esame appunto il tema dei rifiuti. L’incipit è quello di West
Side Story, con un’inquadratura dall’alto che, però, non si apre sull’ Upper
West Side di New York City, ma su un insieme di grattacieli e strutture
moderne, create da spazzatura. Con la sua buona mezz’ora e più iniziale di
non-parlato, il film obbliga quasi lo spettatore ad immergersi nel tema:sembra quasi di assistere alla concreta
produzione di un’opera d’arte moderna (una sorta di pop art colta nel suo
farsi). Da un punto di vista più tecnico, siamo arrivati quasi alla perfezione
della rappresentazione Pixar, non per nulla acquisita dal 2005 da Disney che,
dopo il modesto “Cars” e il buon “Ratatouille” ci presenta una struttura
grafica impressionante e curatissima, effetti mozzafiato e alcune inquadrature
cosi suggestive da far restare a bocca aperta i più piccoli, e non solo. Ma
Wall-e non è solo effeti e computer grafica, è un sapiente insieme di commedia
brillante, film chapliniano, opera sentimentale e fantascientifica, tutto
accompagnato da una perfetta linearità della trama. Certo, il fulcro essenziale
della storia è la splendida cyborg-lovestory che si viene a creare tra il
protagonista, che ricorda terribilmente con i suoi “rumori” il R2-D2 di Star
Wars, e EVE, la sua compagna ipertecnologica. Eppure, nonostante ciò, il film
lascia il segno, e secondo me non solo per il tema dei rifiuti, ma anche per un
altro aspetto che emerge nell’evolversi della vicenda: la tecnologia, con tutta
la sua perfezione, non ci può allontanare definitivamente dai sentimenti più
genuini (amore, riscoperta della bellezza della natura, attenzione per le cose
semplici) che, in questa specie di favola “ambientalista”, riescono comunque ad
imporsi. Toccante.