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A estate ormai quasi terminata la nuova stagione cinematografica inizia all’insegna dell’azione: il regista Tony Scott lancia un film che va alla velocità della luce e che tiene lo spettatore incollato alla poltrona per più di due ore senza mai dare il minimo segno di cedimento: “Domino” tratto dalla storia vera di Domino Harvey.
Il regista, che vanta tra le sue opere migliori “True Romance” (tradotto in Italia col pessimo titolo di “Una vita al massimo”), “Spy game” e “Man on fire”, confeziona un film che è azione allo stato puro, riuscendo a raccogliere molte delle migliori qualità dei tre film suddetti.
In “Domino” c’è la fantastica fotografia presente anche in “Man on fire”, leggermente sporca e divisa tra colori caldi e luci acide. Vi è un montaggio quasi analogo a quello di “Spy game” sempre molto serrato, e dominato da numerosi rallenty che si alternano ad accelerazioni e sovrimpressioni le quali costituiscono un bell’esercizio di stile ma che alla lunga risultano fastidiose. Da “True Romance” (probabilmente il film meglio riuscito del regista) ha tratto l’atmosfera “pulp”, fatta di dialoghi sempre al limite tra il sarcastico e il futile e una violenza senza misura, che per altro è presente in buona parte dei film d’azione usciti in epoca post-Tarantino.
Tuttavia il film soffre di una sceneggiatura scritta da uno dei registi più sopravvalutati del panorama cinematografico contemporaneo: Richard Kelly (“Donnie Darko”), che, molto lontana dalla sufficienza, presenta numerosi buchi e situazioni irrisolte e ha la pretesa di ingannare lo spettatore per poi sorprenderlo nel momento più inaspettato, ma che ottiene l’unico risultato di confondergli le idee e a tradirsi da sola.
Tra i pregi del film figura la caratterizzazione del personaggio di Domino di cui viene raccontata, attraverso numerosi flashback ben realizzati, l’intera storia, i rapporti con genitori e conoscenti, i tormenti infantili e adolescenziali e la crescita interiore. La protagonista è interpretata magistralmente da Keira Knightley, la quale, da due anni a questa parte, dimostra di essersi elevata da quella categoria di ragazze belle e sciocche, e di essere diventata un’attrice di spessore nonostante la sua giovanissima età.
Tra i sottotesti dell’ opera vi è una critica ad un certo stile di vita americano, costituito da mega-party in spiaggia e college per ultra-milionari, ed alla futilità che lo domina, la quale riconosce nel reality show il suo climax.
Cosa dire di Mickey Rourke, chi ha visto “Rusty il selvaggio” sa che l’attore non è mai stato in discussione. Ma prima dell’attore bisogna rendere merito all’uomo. Un uomo che è riuscito a cavarsi fuori da mille difficoltà, e ogni volta che vedeva uno squarcio di luce ricadeva di nuovo nella fossa, negli stessi errori, o a volte diversi, spesso peggiori. Ma è uno che non ha mai mollato e che ad ogni avversità ha dimostrato sempre quella sua voglia di combattere che in passato lo spinse a diventare un pugile professionista. La sua rinascita la deve ai trecentomila dollari spesi tra sedute psico-analitiche e farmaci vari, ma soprattutto (per sua stessa ammissione) ai due registi, Robert Rodriguez che lo ha riportato al grande cinema regalandogli una parte in “C’era una volta in Messico” e soprattutto affidandogli il ruolo di uno dei protagonisti in “Sin city ”, e allo stesso Tony Scott.
Oltre a Mickey Rourke e Keira Knightley il film vanta nel suo cast il sempre ottimo e sempre verde Christopher Walken e il cameo di Tom Waits il quale ha stilato anche parte della colonna sonora.
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