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(Italia 2007) di Ermanno Olmi con Raz Degan
Per stessa malinconica ammissione del regista, Centochiodi rappresenta il suo ultimo film, quello del pensionamento, il lavoro che chiude una carriera da artista non molto prolifico, ma pieno di amore per la vita e per il cinema. Un film-testamento sotto tutti i punti di vista, un'opera sicuramente personale che però riesce a dar voce e immagini anche ad argomenti universali riguardanti uomo e società, una lezione di cinema semplice e profonda al tempo stesso, malinconica e speranzosa...
La trama è molto semplice, stringata, ridotta al minimo, all'essenziale, al necessario. Raz Degan, - strano a dirsi, ma è stato bravo, o almeno la sua faccia è stata più che sufficiente - chiamato da tutti "il professorino" ma del quale non si sente mai pronunciare il vero nome, è un giovane professore di filosofia delle religioni all'università di Bologna, un uomo che vive l'insegnamento e lo studio in modo profondo ed impegnato, che però ad un tratto si sente in dovere di compiere un gesto estremo, inevitabile.
Dopo, decide di fuggire, scappare, far perdere le tracce di se, ma non per scappare dal mondo da vigliacco, o per non farsi rintracciare, bensì per allontanarsi da se stesso, cambiare, volgere ad un'altra vita, completamente diversa da quella precedente.
La maggiore caratteristica del film di Olmi sta nell'essere intrinsecamente semplice nella forma ma incredibilmente complesso nei contenuti. Il tutto è narrato sottoforma di predicazione cercando di imitare la massima Predicazione e ricalcarne le ombre sempre in modo minimalista e mai esagerato. Attraverso le parole e le azioni di Degan, Olmi ci parla del delicato e intricato rapporto che c'è tra l'uomo e la religione, la cultura e la natura. Riguardo alla religione la questione è più complicata di quanto possa sembrare: il film manifesta apertamente l'apertura alla religione e alla predicazione della stessa, ma va contro tutto ciò che rientra nel rango di istituzione e quindi contro la chiesa e le gerarchie ecclesiastiche colpevoli di offrire una visione del credo religioso distorta, deviata, in cui il protagonista non è più l'uomo. Nel caso di Centochiodi ciò che sostituisce l'uomo, e quindi la purezza del credo nella predicazione religiosa sono i libri, intesi come oggetto materiale che relega l'uomo ad uno spazio infimo. Chi ha tentato di screditare il film ha ridotto questa profondissima metafora ad un mero inno all'ignoranza, ma basta poco per avere anche solo il sentore che si tratta di molto di più. Già dal titolo, Centochiodi - cento non è scelto a caso ma per indicare una cifra convenzionalmente elevata - si capisce che il messaggio è forte, ma non è unilateralmente direzionato verso la cultura o i libri, ma verso i libri, visti però come oggetto materiale, in funzione di un sentimento religioso che ha bisogno di altro, nei confronti del quale sono nocivi. L'attacco non è per nulla rivolto ai libri, anzi, il simbolismo estremo della "crocifissione dei libri" denuncia il fallimento degli stessi nella società attuale facendo così scattare automaticamente evidenti paragoni e rimandi cristologici. Anche la natura ed il mondo naturale occupano un ruolo determinante nel film, il "professorino", infatti, dopo aver compiuto il gesto estremo, ripudia tutto ciò che prima gli apparteneva, in primis se stesso, cominciando da capo un'altra vita nel segno della bontà, dell'altruismo, e dell'amore per l'uomo e per la natura. Una natura amica cui il protagonista si immerge con grandissima voglia e generosità, con lo scopo di cambiare per essere una persona migliore in un mondo incontaminato e conducendo una vita dalle forti matrici rousseauiane. Purtroppo, questa "soluzione" non è una cura, non è un modo per migliorare la situazione, ma una via d'uscita disperata, una soluzione estrema, un evidente segnale del pessimismo - peraltro giustificato - di Ermanno Olmi.
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