(Italia 2010) di Ferzan Ozpetek con Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ilaria Occhini
Mine vaganti funziona. Più di quanto abbiano funzionato gli ultimi lavori di Ozpetek. Probabilmente perché alle sue ossessioni (d'autore?) quali l'omosessualità, il cibo e le tavole imbandite, la sincronia visiva tra passato e presente (motivo questo che arriva direttamente da La finestra di fronte), stavolta si affiancano le soluzioni narrative del cosceneggiatore Ivan Cotroneo. Il quale, da cinefilo onnivoro quale è, innesta nell'intreccio snodi che paiono sopraggiungere direttamente dalla sexy commedia italiana dei settanta (e quante ne furono girate in Puglia!). Al punto che non faticheremmo ad immaginarci, nei panni del patriarca Vincenzo, Lino Banfi (soprattutto quello di La moglie in bianco...l'amante al pepe) piuttosto che Fantastichini; o le compiante Francesca Romana Coluzzi e Ria De Simone rispettivamente nelle vesti di Lunetta Savino e nelle sottane di Gea Martire (l'amante di Cantone). E che dire dell'inaudita (fino a Saturno contro) "volgarità" di battute quali quelle sui nomignoli "spiaggia libera" affibbiato ad una ragazza del paese e "principe del foro" ad un amico gay avvocato del protagonista Tommaso? O del gridolino a tavola di un altro degli amici di Tommaso che non può non aver richiamato ai più quello del cameriere Jacob in Il vizietto quando stappa la bottiglia di spumante. Ma va bene così perché il connubio riesce e ci si diverte. Certo, i film di Michele Massimo Tarantini o di Mariano Laurenti o di Nando Cicero mai avrebbero avuto il riconoscimento ministeriale di pellicola di interesse culturale nazionale...
(Italia, 2003) di Roberto Faenza, con Emilia Fox, Iain Glen,Craig Ferguson, Caroline Ducey, Jane Alexander
Non può dirsi completamenteriuscito questo film di Roberto Faenza, per il quale non sembra del tuttochiaro quale fosse esattamente l'obiettivo del regista nel tracciare ilritratto del medico e psichiatra Sabina Spielrein, vissuta tra il 1885 ed il1942 ed uccisa dai nazisti, con le due figlie ed altri ebrei, in una sinagogadi Rostov, sua città natale.
L'epigrafe all'inizio della pellicoladichiara la volontà di rendere giustizia alla memoria, trascurata in passato,di questa donna eccezionale che riuscì a riaversi da uno stato di malattia,valutato di estrema gravità dagli esperti che oggi hanno studiato le suecartelle cliniche, in virtù della sua straordinaria intelligenza e dellepreziose doti di intuito, creatività e determinazione che le consentirono, unavolta guarita, di animare la propria esistenza. La Spielrein, infatti, doposoli sette anni dal suo ingresso nell'ospedale psichiatrico di Burghölzli, neipressi di Zurigo, si laureava in medicina con una brillante tesi sullaschizofrenia, uno dei primi lavori sull'argomento.
(Usa 2009) di Sam Mendes con John Krasinski, Maya Rudolph, Maggie
Gyllenhaal, Jeff Daniels, Catherine O' Hara
Away We Go non è né struggente né tantomeno opera di un
formidabile genio. Nulla che faccia pensare ad un copione scritto da
Dave Eggers (in
collaborazione con la moglie Vendela Vida).
Nulla anche che faccia pensare che dietro la m.d.p.ci sia uno
come Sam Mendes. A dirla
tutta, parrebbe il lavoro di due epigoni della coppia Wes
Anderson/Noah
Baumbach: genitori in nuce e
genitori che si assentano; viaggio-quête
durante
il quale si incrociano personaggi bizzarri, drammi e situazioni
grottesche; approdo finale nell' heimlich che, poi, guarda caso, è
comunque un luogo dell'infanzia. Nulla di orribile, ma è tutto
così derivativo che, per una volta, si può anche intuire la scarsa
appetibilità di un prodotto simile per il nostro mercato (il film
non è stato ancora distribuito) . Anche se vediamo di peggio.
(Usa 2010) di Joe Carnahan con Liam Neeson, Bradley Cooper, Jessica Biel, Quinton "Rampage" Jackson, Sharlto Copley
Aveva fatto ben sperare Joe Carnahan al suo secondo film (il cupo e disilluso Narc), ma già alla terza fatica (lo stoltissimo e "ignorante" Smokin' Aces, ma forse anche con il debutto, Blood, Guts, Bullets and Octane) aveva messo in chiaro di essere un cinecaciarone. Il che lo ha piazzato in pole position per questa trasposizione sul grande schermo di un cult televisivo degli anni '80. Che caciarone lo era di suo (in un'epoca in cui continuity e trama orizzontale non erano la quintessenza della fiction tv) con queste 4 tipologie maschili (il vecchio, saggio, ma avventuroso; lo sciupafemmine; il bestione tenero, il folle) in soccorso di chiunque ne avesse bisogno. Non uno dei telefilm preferiti da chi scrive (meglio Simon & Simon il cui protagonista, Gerald McRaney, è qui presente nei panni del Generale Morrison), ma almeno provvisto dell'ironia, invece assente dai vari Walker Texas Ranger e Renegade successivi. Il piano è, in fondo, riuscito (e Hannibal Smith adora i piani ben riusciti) perché A-Team dà quel che promette, ponendosi, narrativamente, come una sorta di prequel della serie (e la sequenza su cui scorrono i titoli di testa - di ben 18 minuti! - è un prequel del prequel). Se, poi, vogliamo parlare di arte, cambiamo sala.
(Francia 2009) di Yannick Dahan e Benjamin Rocher con Claude Perron, Jean-Pierre Martins, Eriq Ebouaney
Prima che ci si abitui ai remake imbecilli prodotti da Michael Bay che non fanno onore all'horror ed al cinema in genere, meglio immergersi nella visione di un'opera come La Horde (passato a Venezia 2009, ma non ancora - guarda un po'! - distribuito). Che non ha nulla di originale da dire (la solita invasione di appestati zombeschi della cui origine nulla si sa), ma lo fa stramaledettamente bene e, soprattutto, lo fa politicamente. Il che non significa dire che è colpa dei militari (La città verrà distrutta all'alba), ma che il palazzo, teatro dell'assedio, è una fottuta trappola perché hanno dimenticato di finire la scala antincendio, perché cade a pezzi, perché l'ascensore arriva fino al quarto piano, perché è nella banlieue e non è prevista neanche l'evacuazione come, invece, in tutto il resto della capitale. Un posto di merda in cui vivere, in altre parole. E ben prima degli zombie.
(Usa
2009) di Antoine Fuqua con Richard Gere, Ethan Hawke, Don Cheadle,
Wesley Snipes
In
Training Day
il male c'era ed era identificato in Alonzo
Harris.
Sporco figlio di puttana, corrotto e dannato solo per avidità. Film
ed attore protagonista (Denzel
Washington
insignito dell'Oscar) sopravvalutati. Di Fuqua,
che non è certo nella nostra playlist dei migliori registi, è
decisamente più riuscito questo Brooklyn's
Finest,
ma...
Non
c'è possibilità di redenzione perchè non c'è male da cui
redimersi, ma solo bisogno, necessità, disperazione cui i "migliori"
(banchieri, finanzieri, operatori di borsa) hanno costretto finanche
tutori dell'ordine, padri di famiglia tendenzialmente rispettosi
della legge. Certo è più comodo esorcizzare il male in un demone
quale Alonzo,
mentre Brooklyn's
Finest
mette l'America (ed il mondo) di fronte allo specchio
costringendola a riflettere sul proprio fallimento. Siamo dalle parti
di Bronx 41°
distretto di polizia,
dimenticato e durissimo poliziesco diretto nel 1981 da Daniel
Petrie jr.,
o dell'Aldrich
di I ragazzi del
coro.
Insomma il miglior Fuqua
finora non ha ancora una data di uscita in Italia.
(Usa
2009) di Nimrod Antal con Matt Dillon, Columbus Short, Larry
Fishburne, Jean Reno
A
Blindato, secondo
film americano dell'ungherese Nimrod Antal,
è toccato lo stesso destino di Brooklyn's Finest.
L'ostracismo da parte della distribuzione italiana che pare ormai
non volere lavare in casa propria manco i panni sporchi degli altri.
Qual è la colpa di questi due lavori? Quella di mostrare le
conseguenze della recessione, della crisi economica che ha
attanagliato gli Usa ed a ruota l'Europa. Uomini di legge, tutori
dell'ordine o, più semplicemente, tutori di carichi preziosi,
tentati dal guadagno, per nulla facile (oltre che illegale), per
disperazione più che per avidità, per pagare case meno fatiscenti o
per tenersi quelle che le banche vogliono prendersi. Homo
homini lupus
come in un classico quale Vite
vendute
cui Blindato
sembra rimandare per personaggi e situazione (un carico scottante?).
Ora
la pellicola di Antal
uscirà il 4 giugno e potrà essere l'occasione per recuperare
questo conciso b movie, secco e spietato, che parla del terribile
momento che noi tutti stiamo vivendo più esplicitamente di quanto
faccia un telegiornale. Perchè il genere (poliziesco o heist
movie
che sia) lo ha sempre fatto meglio.
(Gran Bretagna, 1985) di Terry Gilliam, con Jonathan Pryce, Robert De Niro, Bob Hoskins, Kim Griest, Katherine Helmond, Jim Broadbent
“Salve gente, sono qui con voi per parlarvi di condutture: le condutture della vostra casa vi sembrano vecchie e fuori moda? Perché non le cambiate? Central Services vi offre una vasta gamma di modelli dalla linea nuova ed elegante…” Invitante, gentile, professionalmente impeccabile, l’uomo della réclame ci esorta a prenderci cura della nostra casa. Siamo nel periodo natalizio e Natale significa famiglia, quindi casa e, quindi, anche condutture – sistema elettrico, impianto di condizionamento, riscaldamento, rete fognaria… Ovunque, nelle abitazioni come negli uffici, si annidano questi grossi tubi dai quali dipende il funzionamento di qualunque cosa, che concorrono a creare, nella scenografia, l’atmosfera surreale che avvolge l’intera narrazione; mentre manutenzione e riparazione condutture significano, in una sola parola, anzi due, CENTRAL SERVICES.
La pubblicità ci arriva attraverso una TV in un negozio di elettrodomestici, prima che una deflagrazione, causata da uno degli attacchi terroristici che affliggono il paese, distrugga il locale. E’ il Signor Helpmann, Vice Ministro dell’Informazione, interrogato da un giornalista nel corso di una trasmissione televisiva, a spiegarci con la sua voce suadente, da sommo Babbo Natale, che dietro l’aumento negli ultimi tempi degli attacchi terroristici non può esserci che “una sparuta minoranza di persone che sembra aver completamente dimenticato i vecchi valori di una volta”. Il Vice Ministro aggiunge: “se queste persone accettassero le regole del gioco otterrebbero molto di più dalla vita”. Il monopolio della ditta di riparazione delle condutture rientra evidentemente nel gioco delle regole cui bisogna attenersi per vivere una vita migliore. Questo particolare non sembra, però, condizionare Archibald Tuttle, eroe della resistenza sovversiva in quanto tecnico del riscaldamento desideroso di esercitare la propria missione nella totale indipendenza, dunque ricercato in quanto “libero professionista sovversivo”. Intrufolatosi in casa di Sam Lowry per riparare le condutture della sua abitazione, alla domanda “non sarebbe più semplice per lei lavorare per la Central Services?” Tuttle risponderà: “Troppo monotono, non potrei sopportarlo… Odio la burocrazia, i pezzi di carta…”
Chiaramente ispirato all’opera di Orwell, come “1984” Brazil si colloca nel filone dell’opera distopica ma, mentre nel romanzo di Orwell il regime del Socing ha il volto del Grande Fratello che, presente ovunque, controlla gli stessi pensieri del cittadino, inibendo i desideri prima ancora che nascano (lo psicoreato diviene tale nello stesso momento in cui esso è anche solo concepito con il pensiero), in Brazil il regime totalitario è rappresentato da una struttura altamente gerarchizzata dove chi ne ha la possibilità lotta per stringere una maggior fetta di potere. I desideri nell’opera di Gilliam non vengono frenati ma sofisticatamente indirizzati, inducendo gli individui a stare a quelle regole del gioco per entrare a far parte di un ingranaggio che, in cambio di un potere meschino, ingessa gli animi, inaridisce lo spirito e rende il disumano ordinario, normale, digeribile alla ragione, annichilendone la morale. Un meccanismo terribile, metaforicamente rappresentato dall’intricato sistema di tubi che rende possibile il vivere quotidiano, comprensibile nel suo ingranaggio solo ai tecnici della Central Services, evidentemente consapevoli e forti del proprio potere. Ma l’ingranaggio mostruoso è quello stesso della burocrazia, attraverso la quale è necessario inerpicarsi per ogni richiesta, anche relativa al più elementare diritto. Sfuggono agli schemi di questa società paranoica, come avulsi dalla realtà che li circonda, il protagonista della storia, Sam Lowry, e la donna da lui amata, Jill Layton. Il comportamento di Sam non subisce deviazioni in seguito ai continui segnali, che gli provengono dalla società, su come impostare la propria vita, perché i suoi sogni lo aiutano a sublimare la propria essenza umana. Il sogno libera Sam dalle catene della realtà che lo circonda, ma la sua è una libertà fittizia che non potrà mai concretizzarsi in una felicità reale. In questo senso, confrontato con il personaggio di Sam, molto più rivoluzionario risulta essere il personaggio di Jill Layton. La ragazza è dotata di un’umanità tale da essere portata ad agire con estrema naturalezza secondo quanto ritiene giusto, anzi normale, pur scontrandosi di continuo con la realtà con la quale è costretta ad interfacciarsi. L’intelligente pragmatismo della ragazza, che pure opera in antitesi con il sistema burocratico rifiutato da Sam, la pone in una posizione di contrasto con l’uomo: Sam, nel momento in cui è chiamato ad uscire dal suo mondo fantastico, non riesce ad inquadrare con obiettività le situazioni che si trova a gestire e, pur essendo innamorato di Jill, sperando di aiutarla, finirà invece con l’aggravare la sua situazione.
Il più geniale film distopico di tutti i tempi non poteva che essere straordinariamente interpretato dagli attori del cast, a partire dal meraviglioso Jonathan Pryce, nei panni dell’ingenuo e romantico Sam Lowry, per arrivare al tocco di classe rappresentato da Robert De Niro nel ruolo dell’ingegnoso personaggio Archibald Tuttle. Bravissimi anche Katherine Helmond, la terribile Signora Lowry, e Peter Vaughan, che interpreta il suadente Sig. Helpmann. Nonostante la dolcezza del viso e la genuinità del sorriso di Kim Grest, con estrema difficoltà Gilliam accettò di affidare il ruolo di Jill all’attrice, imposta dai produttori, con i quali il rapporto del regista non fu decisamente dei migliori. Sid Sheinberg, responsabile della Universal, contestò a Gilliam la critica verso un sistema alienante (essenza stessa del film) ed il finale drammatico, proponendo una versione rimaneggiata della pellicola. Il regista minacciò di disconoscere il lavoro e riuscì ad impedire che fosse distribuita tale versione ma, negli Stati Uniti, per molto tempo, è circolata una copia in cui il destino di Jill non viene rivelato.
(Usa 2009) di John Lee Hancock con Sandra Bullock, Tim McGraw, Quinton Aaron, Kathy Bates
The Blind Side non passerà alla storia per l'Oscar a Sandra Bullock. Non è mica la prima volta che non vince la miglior attrice protagonsta (forse, però, è la prima che la stessa interprete si aggiudica Academy e Razzie Award nello stesso anno, il che la dice lunga). The Blind Side, privo di distribuzione in Italia nonostante i "crediti", sarà ricordato per una "prima" televisiva (su Premium Cinema il 18 maggio 2010, data nella quale inaugura anche il canale Cinema HD) seguita da distribuzione in DVD (l'ultimo caso anomalo è stato Redacted, prima uscito in home e poi trasmesso da Sky, senza passare in sala). Che, poi, la mancata uscita nei cinema di una storia di riscatto razziale e sociale faccia il paio con l'analoga sorte di Precious (Oscar, questo sacrosanto, alla miglior attrice non protagonista), nel listino della Fandango, ma senza che sia stata fissata la data di uscita, e che questa coincidenza si presti ad una lettura politica (il riscatto razziale non piace all'influenteLega?), non è certo questione da dirimere in tale sede. The Blind Side resta un convenzionale bildungsroman (ispirato alla vera storia del campione di football Michael Oher e della famiglia Tuohy) in cui la Bullock non fa tanto, ma brilla in virtù della mediocrità dei comprimari. Infatti, appena compare Kathy Bates, le ruba la scena.
(Usa 2009) di Oren Moverman con Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton
Salvate il sergente Montgomery. E il capitano Stone. E tutti i reduci. Da sé stessi. Da quella sensazione di inadeguatezza che li pervade, una volta tornati a casa dal fronte. Dalla solitudine che li circonda (parenti, amici, fidanzate si sono allontanati o lo faranno prima o poi). Dall'incapacità, apparente, di provare una qualsiasi emozione. Montgomery non piange più, ha bisogno delle lacrime artificiali, il che lo rende un candidato ideale per uno scomodo compito: notificare i decessi dei soldati ai parenti. Un messaggero di morte. Ma non la Morte. Anzi, l'anomalia fisiologica non gli impedisce di "simpatizzare" con i destinatari di quelle "cattive" nuove. Il capitano Stone non piange, ma perché lo vietano le regole e per paura. Alla fine lo farà, perché non ne potrà più. The Messenger, scritto anche dall'italiano Alessandro Camon, è una di quelle opere in grado di farti capire che, tra "scontri titanici" e "principi di persia" in CG, in America c'è sempre spazio per l'uomo e l'umanità. Perchè hanno il coraggio di produrre un film che parla di guerra attraverso il rimosso, perché non temono i silenzi, ma soprattutto perché hanno gente come Ben Foster, Steve Buscemi (enorme) e Woody Harrelson. Il suo è un pianto che difficilmente dimenticheremo.
(Usa 2010) di Shawn Levy con Steve
Carell, Tina Fey, Mark Whalberg, Ray Liotta, William Fichtner, James
Franco
Dimenticate Scorsese
(Fuori orario) o
Landis (Tutto
in una notte). Siamo dalle
parti di Arthur Hiller
e di Un provinciale a New York,
ma lo sceneggiatore Josh Klausner
non è Neil Simon,
Steve Carell men che
mai può essere Jack Lemmon,
mentre Tina Fey se la
batte con Sandy Dennis
(ma j'adoreTina Fey
e quindi il giudizio appena espresso non è omologabile). Il peggiore
di tutti è, comunque, Shawn
Levy
che non riesce a supplire al deficit artistico manco col mestiere
(quello che Hiller,
invece, aveva in gran quantità) al punto che in una breve scena di
dialogo in auto riesce a sbagliare tre/quattro raccordi. Sia chiaro:
non ci si annoia (il film, tra l'altro, è breve), ma, pur essendo
più divertente del remake ufficiale di Un
provinciale a New York,
ovvero Sperduti a
Manhattan
(con Steve Martin e
Goldie Hawn),
si rimpiange l'occasione persa.
(Honk Kong/Francia 2009) di Johnnie To con Johnny Hallyday, Anthony Wong, Sylvie Testud, Simon Yam
"Who is?"
"A Chef"
"A Chef? Chef My Ass!"
Esiste un luogo in cui è possibile ascoltare dialoghi del genere?
Un luogo in cui c'è Frank Costello, non c'è Alain Delon (e se non avesse rifiutato il copione...), ma Jean-Pierre Melville è in ogni fotogramma?
Un luogo in cui la lealtà tra uomini ha ancora un senso? In cui l'incedere dei sicari rende ogni luogo l'Ok Corral, sia esso un bosco o una discarica (in cui aleggia il fantasma di Kurosawa tra pallottole e balle compattate di spazzatura fatte rotolare a mo' di scudo), ed in cui gli scontri a fuoco somigliano ad una coreografia peckinpahiana?
Un luogo in cui un killer resta immobile a pregare sulla spiaggia, incurante dell'alta marea?
Esiste un luogo in cui avvenga tutto questo e non sembri ridicolo?
Esiste ed è un qualsiasi film di Johnnie To. Ma Vendicami non è un film qualsiasi.
(Spagna 2009) di Alejandro Amenàbar con Rachel Weisz, Max Minghella, Rupert Evans, Michael Lonsdale
C'è un leit motiv visivo in Agorà: la terra vista dallo spazio. Quasi a voler evidenziare la distanza del narratore dai fatti narrati. Ci tiene molto a marcare questa distanza, il regista, perché la vicenda di Ipazia, illuminata filosofa, matematica alessandrina, suppliziata per volere del vescovo Cirillo (diventato poi santo e nominato Dottore della Chiesa dalla Chiesa Cattolica) era di quelle delicate e poco raccontate (c'è un cortometraggio di Maria Di Razza, ex allieva del corso di regia di chi scrive). Di quelle che si sarebbero prestate a polemiche religiose (e ce ne son state), perché i cattolici cristiani non ci fanno una bella figura (i parabolani, in fondo, di nero vestiti come i Sommi sacerdoti di Jesus Christ Superstar, sono dei talebani di fede diversa). A dirla tutta, Amenàbar non riesce a tener del tutto le distanze; si capisce bene di chi prende le parti anche se si sforza di mostrar le contraddizioni degli Alessandrini, scienziati e schiavisti allo stesso tempo. Si sforza di far Rossellini, quello didattico della TV, ma pare quasi che l'obiettività sia limitata ad un continuo uso del condizionale e della locuzione "secondo me". Detto questo, la mancata distribuzione finora della pellicola ha innescato altre forme di fondamentalismo: in particolare quello complottista di cui parla Umberto Eco nella Bustina di Minerva del numero 18/2010 dell'Espresso. Tranquilli, se Agorà non è stato distribuito, se non alla fine di Aprile, è solo perché un peplum filosofico non sembra godere della fiducia dei distributori che hanno scarsissima considerazione del pubblico italiano. A noi dimostrare il contrario.
(Canada, Gran Bretagna, 2005) di Terry Gilliam, con Jeff Bridges, Jodelle Ferland, Janet McTeer, Brendan Fletcher, Jennifer Tilly
"A molti di voi non piacerà questo film e a molti di voi, per fortuna, piacerà": Terry Gilliam doveva essere consapevole che il suo film sarebbe stato tanto amato quanto odiato dalla critica. In effetti solo la genialità di questo visionario regista poteva arrivare al compimento di un lavoro così sottile,intenso e, sicuramente, fastidioso.Perché possa essere apprezzato, il film ha bisogno che seguiate il consiglio del regista: "va guardato con gli occhi di un bambino... Vi suggerisco di dimenticare tutto quello che avete imparato da adulti, le cose che limitano le vostre visioni sul mondo... Provate a scoprire cosa vuol dire essere un bambino, con la sua capacità di stupirsi e la sua innocenza e non dimenticate di ridere. Ricordate che i bambini sono forti, svegli, destinati a sopravvivere; quando li fai cadere tendono a rialzarsi". Solo così sarete pronti per assistere al racconto di questa storia magica, misteriosa e sorprendente, popolata da personaggi curiosi ed affascinanti. Vi verranno incontro la suggestiva colonna sonora di Mychael e Jeff Danna e lo straordinario lavoro di una infallibile macchina da presa, che riprende tutto da una prospettiva soprannaturale, che potrebbe essere quella di un folletto, che inquadra la realtà dal basso della sua statura, da un filo d'erba o da uno stelo di granturco o, a distanza, nascosto sul ripiano di un mobile.
(Belgio/Francia/Canada
2009) di Micha Wald con Jonathan Zaccaï,
Popeck, Nassim Ben
Abdeloumen
Simon
si mette in viaggio per raggiungere Il
posto delle fragole,
madel
padre defunto, e lo fa con la famiglia disfunzionale che si ritrova (uno zio
paranoico ed una zia logorroica) e con il figlio avuto da una "goy"
(una non ebrea). Micha Wald
è belga, ma non ci si aspetti Jaco Van
Dormael o
Jan Bucquoy
(quello di La vita sessuale dei belgi).
Siamo più dalle parti di Woody Allen (e dell'yiddish humour in genere).
Il primo Allen:
quello divertitamente freudiano, che scherzava su Edipo e
sull'ebraismo. Quello ipocondriaco, maniacalmente monogamo. Quello
che, dickensianamente, parlava coi fantasmi del passato (in Io
e Annie, ad
esempio, nei luoghi dell'infanzia - la casa tra i binari delle
montagne russe al luna park - mentre Wald
si spinge fino ad un campo di concentramento abbandonato, in una delle
sequenze più divertenti - il padre ed un suo compagno di prigionia
gli appaiono all'interno di una latrina - ed insieme commoventi
della pellicola). Quello ossimorico (Konianski
è ebreo e contemporaneamente filopalestinese). Nulla dell'ultimo
Allen.
E meno male.
(Usa/Francia 2010) di Pierre Morel con John Travolta, Jonathan Rhys-Meyers, Kasia Smutniak
Che l'Europa Corp di Luc Besson potesse diventare la Cannon (la gloriosa ditta Golan-Globus produttrice di capolavori reazionari quali Cobra e Delta Force) del Terzo Millennio non lo si poteva neanche pensare fino a Transporter: Extreme o Danny the Dog. Poi è arrivato Io vi troverò e lì la previsione è diventata facile, visto soprattutto lo spropositato successo in America. Logico che si battesse di nuovo sullo stesso tasto produttivo: terroristi mediorientali (le cui motivazioni ormai in roba del genere manco contano più) e star in disarmo (e che Travolta attraversi una nuova parabola discendente in attesa dell'ennesima rinascita lo dimostrano, oltre From Paris With Love, anche lo spot con la Hunziker e Daddy Sitter) a deliziare (?) lo spettatore convinto che far mangiare al protagonista Royal avec fromage sia citazionismo postmoderno piuttosto che il grado zero della scrittura cinematografica.